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Il riciclo dei RAEE per un futuro sostenibile

RAEE 1Gli italiani si mostrano“virtuosi”, per quanto concerne la raccolta differenziata di carta e plastica, ma non avviene lo stesso per il riciclo dei RAEE, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Il rapporto di sostenibilità dell’Ecodom mostra, infatti, che la maggior parte dei cittadini, un po’ per inconsapevolezza, e un po’ per disinformazione, ma, soprattutto, per pigrizia, si disinteressa dei vecchi elettrodomestici ed apparati tecnologici, lasciandoli inutilizzati in cantina per anni.  I RAEE dovrebbero esser portati, invece, negli appositi centri di raccolta comunali, oppure, nel caso in cui si decida di acquistare un nuovo elettrodomestico, si deve consegnare quello vecchio al negozio in cui si effettua l’acquisto, che provvederà alla sua rottamazione. Da quest’anno, inoltre, è possibile usufruire degli incentivi statali dell’ecobonus anche per la rottamazione dei grandi elettrodomestici e degli impianti di riscaldamento e condizionamento, ma solo pochi cittadini sono a conoscenza di questa informazione.
Poiché il rapido incedere dello sviluppo tecnologico fa aumentare esponenzialmente i rifiuti RAEE prodotti pro-capite ogni anno, è doveroso effettuare il riciclo dei preziosi materiali che si possono ricavare da questi oggetti, dando loro nuova vita.  

**Tecnologia da rottamare**

Un tesoretto dentro casa quello degli apparecchi elettrici ed elettronici non utilizzati. Molti cittadini non sanno come disfarsene, eppure il ritiro è gratuito e fa bene all’ambiente e al portafoglio. (di Anna Simone)

“Questa casa non è una discarica” è il messaggio che andrebbe tenuto presente ogni volta che si ripongono in cantina vecchi cellulari, giocattoli elettronici, frullatori o televisori inutilizzati da decenni. Insomma, tutti quei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche che formano il variegato mondo dei cosiddetti Raee. Chi non ha nel cassetto il vecchio telefonino, magari tenuto nel caso si rompa il nuovo? E quanti l’hanno poi effettivamente utilizzato a distanza di tempo?

Casa che vai, gestione del rifiuto che trovi
Secondo una recente indagine commissionata da Ecodom (Consorzio di recupero e riciclaggio degli elettrodomestici) all’istituto di ricerca Ipsos, è emerso che le famiglie italiane in media tengono in casa circa otto apparecchiature elettroniche non più utilizzate, ovvero quasi il 20% del totale posseduto è dimenticato in qualche angolo della casa, della soffitta o del garage. Per i grandi elettrodomestici al primo posto spiccano i condizionatori portatili (32%), seguiti da asciugatrici (21%) e boiler elettrici (16%). Percentuali più alte si trovano nel mondo dei piccoli elettrodomestici: sul podio pianole (48%), video registratori (43%) e monitor (38%).A ciò si aggiunge la cattiva gestione delle vecchie apparecchiature elettriche ed elettroniche nel momento in cui si decide di disfarsene. Infatti, non sempre vengono immesse nella tradizionale filiera del riciclo e finiscono per essere gettate erroneamente dove capita.

Cosa fare
Smaltire nel modo giusto è semplice. Il consumatore può portare i propri Raee presso i centri di raccolta comunali (chiamati anche isole o piazzole ecologiche), oppure, se ne acquista di nuovi, ha la possibilità di lasciare gratuitamente il vecchio apparecchio al punto vendita (modalità uno contro uno prevista dalla normativa). A riguardo Marco Sala, operation manager del Consorzio di recupero e riciclaggio Ecodom, sottolinea che «se il comportamento di dismissione per gli elettrodomestici di grandi dimensioni (lavatrici, frigoriferi e così via), è sostanzialmente corretto, lo stesso non accade per le apparecchiature più piccole (cellulari, spazzolini elettrici, giocattoli ecc.)». Ciò può dipendere da due motivi: «Da un lato, la scarsa consapevolezza che anche questi piccoli oggetti sono Raee e quindi devono essere oggetto di raccolta differenziata; dall’altro, la mancanza di sistemi di raccolta pratici ed efficaci». Se l’unica possibilità che un cittadino ha per disfarsi in modo corretto del proprio rasoio elettrico è quella di «recarsi all’isola ecologica comunale (che magari è lontana qualche chilometro e non è neppure aperta al sabato), probabilmente lo butta in un cassetto e lo lascia lì», commenta Sala.

Potenzialità di un corretto riciclo
Accumulare in casa i rifiuti elettronici è come perdere il treno delle possibilità. «Il rifiuto elettronico può essere riciclato per oltre il 90%, mentre con i piccoli apparecchi si supera il 92%. Teoricamente si potrebbe quindi recuperare quasi tutto il materiale, risparmiare energia per l’estrazione di materia prima vergine e non immettere CO2 in atmosfera», spiega Fabrizia Gasperini responsabile comunicazione esterne di ReMedia, Consorzio per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici. Cosa si recupera dai Raee? Un po’ di tutto. «Dal riciclo dell’alluminio si ottengono in gran parte componenti per elettrodomestici, mezzi di trasporto, edilizia, oggettistica per casa e ufficio, elementi di arredo, lingotti e laminati. Dagli altri metalli grigi è possibile forgiare padelle, accessori, semilavorati per il settore auto». Dai materiali derivanti dal riciclo dei cavi si ottengono elementi per componenti di elettronica, barre di ottone, granuli e scaglie di gomma per pavimentazioni e isolanti, tappetini per auto, asfalti fonoassorbenti. Insomma, una vera e propria miniera di materiali che aspettano solo di essere estratti dai raee inutilizzati.

Rischi ignorati
Attenzione, poi, ai potenziali rischi per la salute perché alcuni rifiuti elettrici ed elettronici contengono sostanze dannose per l’ambiente e quindi per l’uomo. È il caso ad esempio delle lampadine a risparmio energetico al cui interno troviamo tracce di mercurio, metallo tossico molto inquinante. Certo piccole quantità, ma inutile tenere in cantina vecchie lampade a efficienza energetica ormai esauste, con il rischio che urtandole possano rompersi. Altro rischio collegato ai Raee domestici mal gestiti (sia quelli che restano “ibernati” nelle nostre case, sia quelli che rubati dalle isole ecologiche finiscono per essere intercettati da soggetti estranei al sistema ufficiale) è di non riuscire come Italia a raggiungere gli obiettivi di raccolta fissati dall’Unione Europea. «Ogni Stato Membro sarà chiamato, a partire dal 2019, a raccogliere l’85% dei Raee che annualmente si generano nel proprio territorio (o in alternativa il 65% dei prodotti immessi sul mercato). Il sistema di raccolta italiano rischia di non trovarsi pronto per la data stabilita», precisa Marco Sala.

Si può fare meglio
In generale la percentuale di Raee raccolta e avviata al corretto riciclo è soddisfacente, tuttavia, sottolinea Fabrizia Gasperini, c’è da migliorare. «Il nostro Paese è partito con la raccolta nazionale dei Raee solo nel 2008, e da quella data abbiamo fatto un bel balzo in avanti. Ad oggi riusciamo a recuperare 4 kg per abitante, ma a livello europeo la media è di 7kg per abitante, senza considerare che ci sono Paesi molto virtuosi che arrivano a raccogliere 15 kg per abitante». I motivi del divario? Una concomitanza di fattori. In primis le piazzole di raccolta non sono diffuse massicciamente su tutto il territorio nazionale, nello specifico scarseggiano al centro e al sud. Da una recente indagine di ReMedia con l’istituto di ricerca Eurisko non a caso è emerso che in Europa su 10mila abitanti c’è una media di 0,9 punti di raccolta comunali, mentre l’Italia è ferma a 0,5, ovvero disponiamo della metà rispetto alla media europea. Inoltre c’è carenza di campagne di informazione e sensibilizzazione sui Raee, ad esempio la modalità dell’uno contro uno «è per lo più sconosciuta ai cittadini», precisa Gasperini. E come sempre non mancano le complicazioni burocratiche tipiche del sistema italico messe in risalto da Marco Sala. «La normativa attuale, infatti, prevede che il cliente – quando consegna il rifiuto da buttare al negoziante – debba lasciare le proprie generalità, una perdita di tempo che non ha alcun valore dal punto di vista ambientale, ma che rischia di scoraggiare anche i cittadini più virtuosi». Sembra saggio quindi investire in cultura del riciclo e fornire ai cittadini strumenti per mettere in pratica buoni comportamenti green. La sostenibilità ambientale, il minore sfruttamento di materie prime, la minore produzione di rifiuti vanno a braccetto e hanno bisogno di azioni concrete.

Come spiega  l’articolo, l’Italia, in quanto Stato membro dell’UE, dovrebbe riuscire a realizzare gli obiettivi riportati nella Direttiva 2012/19/UE , ma c’è ancora molta strada da fare, prima di poterli mettere in atto.
Il primo e più importante passo per raggiungerli è quello di sensibilizzare le persone al riciclo dei RAEE. Infatti, come sostiene anche l’onorevole del PPE Tiziano Motti, impegnato da alcuni anni nella battaglia per la difesa dei consumatori, l’informazione è uno strumento indispensabile per i cittadini, che consente loro di poter agire con maggiore consapevolezza.
Il secondo passo consiste, invece, nell’azione di riciclo, la quale può coinvolgere, se necessario,  anche il comune e le realtà associative del territorio in cui si abita. Vivere in un ambiente salubre e pulito è, infatti, interesse di tutti, ed è possibile solo ci si impegna a seguire abitudini di vita che siano ecocompatibili.

 

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Abbandoni estivi: chi tutela i diritti degli animali?

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In Italia, il fenomeno dell’abbandono degli animali in estate è molto frequente e non accenna a diminuire. Questo a causa della diffusa concezione secondo la quale gli animali sarebbero equiparabili ad oggetti o a giocattoli animati, e della scarsa efficacia delle leggi a loro tutela. Il nostro paese è l’immediato riferimento di queste informazioni, ma nel resto dell’Unione Europea le cose vanno anche peggio, specie per quanto concerne il trattamento che viene riservato ai randagi. Lo scorso anno, infatti, l’eurodeputato del PPE Tiziano Motti, tramite un’interrogazione parlamentare, ha denunciato i terribili maltrattamenti subiti dai randagi in paesi molto vicino al nostro, ossia la Romania e la Spagna. Motti ha inoltre chiesto al Parlamento Europeo di agire per fermare il lungo massacro di cani che si stava perpetrando in Ucraina per “liberare” gli spazi adibiti ad ospitare gli Europei di Calcio.

Il problema del randagismo – per quanto questo sia palesemente in contraddizione con l’art. 13 del trattato di Lisbona che definisce gli animali esseri senzienti – non rientra fra le competenze dell’UE, bensì è di competenza dei singoli Stati membri.
Cosa fa, dunque, l’Italia per tutelare gli animali domestici? Nel nostro paese ci sono due leggi di riferimento: la prima è la 281/1991, che rende obbligatoria la sterilizzazione dei randagi, mentre la seconda è la 189/2004, che rende perseguibile il reato di maltrattamento di animali, prevedendo per esso una pena fino a 15 mesi di detenzione e una multa da 3000 a 18000 euro.
Purtroppo, basta guardarsi intorno per rendersi conto che queste norme non vengono rispettate: i canili, ad esempio, sono sempre più pieni del dovuto, con tutte le conseguenze che questo comporta; come ha denunciato lo stesso Motti durante una puntata della trasmissione Vivere Meglio, i gestori dei canili hanno tutto l’interesse ad averli pieni, in quanto lo stato garantisce loro una quota per ogni animale ospitato.

Viste le numerose inadempienze, è evidente che anche il fenomeno dell’abbandono estivo non sia oggetto di effettiva tutela; devono dunque essere i singoli cittadini a difendere gli animali e i loro diritti, optando per soluzioni alternative a questa pratica disumana, o segnalando eventuali episodi di abbandono.
Chi possiede un cane o un gatto, e vuole portarlo con se in vacanza, può infatti scegliere di alloggiare in un albergo attrezzato per ospitare animali domestici; esistono inoltre numerose spiagge italiane che accettano cani.  Si può invece decidere di affidare il proprio animale alle cure di una pensione o di un’associazione specializzata, ma è prima indispensabile raccogliere informazioni su di essa e fare un sopralluogo per verificare che al suo interno si garantisca una sistemazione dignitosa e un nutrimento adeguato agli ospiti, e che non li si lasci soli per troppe ore al giorno.

Per quanto concerne, invece, gli episodi di abbandono, nel caso in cui si assista a uno di essi, o si trovi un animale impaurito sul ciglio della strada, è dovere morale (di ognuno) prestargli soccorso.
Nel primo caso, si dovrebbe documentare l’accaduto o memorizzare più informazioni possibili dell’evento; questo, al fine di sporgere denuncia, perché l’abbandono rientra nel reato di maltrattamento degli animali.
Nel secondo caso, occorre chiamare il 112 o il 115, oppure due numeri più mirati, che sono l’ 800.25.36.08, ossia  il servizio avvistamento cani in pericolo, oppure il 3341051030, il numero del team anti-abbandono.
E’ inoltre molto utile diffondere la notizia del ritrovamento sui social network, perché qualcuno potrebbe leggerla e decidere di prendersi cura dell’animale abbandonato.

Il diritto alla mobilità non è uguale per tutti

Estate, tempo di vacanze. Certo, non per tutti, vista la crisi, che ancora si fa sentire; ma, se chi vorrebbe partire non può farlo per la leggerezza con la quale vengono considerati i diritti dei cittadini, allora è il caso di fermarsi a riflettere.
Un disabile ha infatti raccontato via web, i disagi che ha subito durante l’imbarco aereo in un suo recente viaggio dalla Germania. Nonostante il regolamento UE inerente al trasporto dei disabili parli chiaro, molte compagnie aree europee –incluse quelle italiane- non si sono ancora adeguate alle normative, dando luogo a situazioni grottesche come quella vissuta dall’autore dell’articolo, o arrivando, addirittura, a lasciare a terra un viaggiatore perché disabile.

Il puzzle aereo e le partenze con l’handicap

«Quanto pesa?» mi chiede in tedesco l’assistente aeroportuale incaricato di farmi salire sul volo Monaco-Milano. Rispolvero un po’ di tedesco universitario e rispondo «peso tra gli 80 e 90 chili» (Non mi peso da mesi – avete mai riflettuto su quanto sia difficile trovare una bilancia a misura di sedia a rotelle?). Poi mi fermo e rifletto. Perché me lo chiede? L’ultima volta che mi era capitata una domanda del genere in aeroporto ero a Xi-an (Cina) e non disponevano del sollevatore per farmi salire in aereo. Allora mi presero in tre e mi caricarono a braccia. In Germania è accaduto qualcosa di simile: visto che l’aereo della Lufthansa regional era piccolo, i tedeschi non disponevano del mezzo adatto per portarmi a bordo. In pratica mi hanno sollevato i due assistenti e portato sull’aereo spingendomi su per la scaletta gradino dopo gradino.
Malignamente, durante il viaggio, ho pensato a cosa potesse accadere all’arrivo a Malpensa. E invece mi sono dovuto ricredere, il servizio è stato perfetto. Per una volta: Italia – Germania 1 a 0. Un episodio davvero banale che però mi fa riflettere sul meraviglioso mondo del trasporto aereo dove tutte le procedure dovrebbe essere standard e invece ogni compagnia fa – o almeno così sembra – di testa sua. Alle spalle credo di avere le mie circa 500 ore di volo e tante esperienza differenti. E non credo proprio di essere il solo anzi. Estate alle porte mi attendo da un giorno all’altro di leggere di una persona con disabilità lasciata a terra. Ed è successo (ricordo che persino il presidente della Fish,  Pietro Barbieri non fu imbarcato su un volo Roma-Milano nel 2011). E succederà. Non dovrebbe, ma vedrete che accadrà.
Ammetto di essere confuso. Certe volte accade che al momento della prenotazione la compagnia ti risponda «dobbiamo verificare che non ci siano più di due persone con disabilità sullo stesso aereo. Se ciò si verificasse non potremmo accettare la sua prenotazione». E poi ho visto a San Paolo la Lufthansa – onore al merito – caricare la squadra paralimpica brasiliana con più di 10 persone con disabilità.
Altra chicca la rigidità nell’assegnazione dei posti per persone con disabilità. La compagnia brasiliana Gol al check-in ti assegna dei posti – magari a metà aereo – e al gate, per evitare l’intervento dell’assistenza, te li cambia con le prime file. Così mi è capitato di entrare con la mia sedia a rotelle sull’aeromobile e di scivolare – si fa per dire – sul sedile senza bisogno di nessun aiuto. Tempo impiegato? Cinque minuti. Air France, assegna posti in coda all’aereo, Emirates e altre compagnie preferiscono dare le prime file. Stesso modello di aereo e posizioni differenti, dubito quindi che si tratti di una questione di sicurezza. Altrimenti i posti sarebbero sempre gli stessi. Una situazione similare quella capitata a Roberto Vitali, presidente del marchio di qualità per l’accessibilità V4A e portavoce della commissione ministeriale sul turismo accessibile, con la compagnia di bandiera.
«Ero all’aeroporto di San Paolo e mi reco al check-in Alitalia presentando la carta Freccia Alata e richiedendo di poter essere posizionato nella prima fila di economy», racconta Vitali. «Mi hanno risposto di no, dovevo stare in fila 20 perché ci sono i posti riservati in cui il bracciolo si alza per favorire lo spostamento (i paraplegici traslano dalla sedia alla poltrona, n.d.r). Ne è nata una discussione. Non è vero che i braccioli si alzano: nel viaggio di andata i braccioli erano bloccati e mi hanno messo nel posto centrale di una fila da tre».
«Dopo una trattativa di circa 20 minuti li ho convinti a spostarmi in prima fila, mentre mi rifanno il biglietto mi dicono che essendoci alcuni posti liberi in Optima, mi avrebbero fatto un upgrade gratuito. A me e a tutti gli altri possessori di carte Freccia». Ma Vitali non fa a tempo a festeggiare che dopo 15 minuti ecco il cambio di programma « mi dicono “siamo spiacenti ma il posto libero non può essere utilizzato da una persona in carrozzina”. Morale… sono ritornato in economy per fortuna in prima fila».
Dunque la prima fila dell’economy, quella con un po’ di spazio per le gambe, è adatta o no? Sono andato a controllare il regolamento Ue n117/2006  che regola ai diritti delle persone con disabilità e delle persone a mobilità ridotta nel trasporto aereo che dice: i vettori aerei devono fare «ogni sforzo ragionevole al fine di attribuire, su richiesta, i posti a sedere tenendo conto delle esigenze delle singole persone con disabilità o a mobilità ridotta, nel rispetto dei requisiti di sicurezza e limitatamente alla disponibilità».

La Fish, Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, sostiene che nel nostro paese il diritto alla mobilità dovrebbe essere garantito a tutti, sia per quanto concerne il trasporto aereo, che per quello ferroviario, navale, e, soprattutto, urbano.
Per chi è costretto in carrozzina o ha difficoltà motorie, gli spostamenti sono infatti un enorme problema. In molte città d’Italia gli autobus urbani non sono attrezzati per il trasporto disabili, e i mezzi a norma a disposizione dei Comuni o delle associazioni, scarseggiano.
Basti pensare che anche una città come Milano ha pensato di fare tagli al sociale quest’anno.
La maggior parte dei comuni del nostro paese si trovano in situazioni economiche ben più critiche: nel migliore dei casi, i tagli sono stati fatti già da molto tempo, oppure i servizi per disabili non sono mai esistiti.
A questo proposito, il progetto Mobilità Gratuita promosso da Tiziano Motti e la società Europa Servizi, si sta rivelando molto utile nel dare una boccata d’ossigeno a quei comuni che non hanno fondi per finanziare progetti di sostegno agli svantaggiati.

Smart drugs: sballo a basso costo e ad alto rischio

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L’ultimo rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, inerente all’uso di sostanze stupefacenti da parte dei cittadini europei, riporta dati allarmanti. Il numero dei consumatori occasionali di droghe in Europa è altissimo: sono circa 70 milioni gli europei che dichiarano di averne fatto uso almeno una volta nella vita, e tra questi 20 milioni solo nell’ultimo anno; per quanto concerne invece, i consumatori abituali, sono circa 3 milioni, cifra che equivale all’1% dell’intera popolazione europea.
Pare dunque che la crisi economica, che ha messo in difficoltà moltissime persone, obbligandole a tagliare le spese superflue, non abbia influito sull’acquisto degli stupefacenti nel territorio dell’UE. Questo accade perché il mercato ha messo a disposizione dei consumatori numerose droghe “low cost”, ma efficaci come quelle tradizionali.
Secondo il report, infatti, a fronte di un diminuito uso di cocaina ed eroina, è aumentata in maniera esponenziale la diffusione di droghe sintetiche e delle cosiddette smart drugs, le “droghe furbe”.
La denominazione “smart” è relativa all’escamotage di drogarsi con sostanze o prodotti la cui vendita è legale, ma che garantiscono gli effetti allucinogeni e psicotropi delle droghe.

A tal proposito, durante un’interrogazione parlamentare avvenuta lo scorso anno, l’eurodeputato Tiziano Motti ha richiamato l’attenzione della Commissione di Bruxelles sull’utilizzo “alternativo” dei profumatori d’ambiente, venduti legalmente nei cosiddetti “smart-shops. Motti ha inoltre proposto allo stesso Parlamento europeo, nonché ai media, di chiamare le droghe alternative “trash drugs”- droghe spazzatura – in quanto il termine “smart” ha invece l’accezione positiva di “astuzia”. Questo, spiega l’europarlamentare, al fine di “evitare di promuovere positivamente il fenomeno e favorire indirettamente le aspettative dei giovani consumatori“.

Le droghe “furbe” comprendono sia gli utilizzi alternativi di liquidi o gas, che le sperimentazioni chimiche atte a produrre mix letali per l’essere umano; nel territorio dell’Unione Europea ne circolano circa 670.
Alla prima categoria appartengono le bombolette spray ad aria compressa, il cui uso alternativo è molto frequente. Risale a pochi mesi fa il caso del gestore di una ferramenta di Firenze, che ha deciso di interrompere la vendita del prodotto ai minori, dato che lo usavano per sballarsi in alternativa agli alcolici, che per legge non gli possono essere venduti.
Il propano contenuto nelle bombolette, infatti, garantisce effetti di alterazione dell’udito e della vista, apportando un’effimera sensazione di benessere, con conseguenze disastrose sulla salute dell’organismo: i danni provocati alla mielina del cervello, ai neuroni e ai polmoni sono infatti irreversibili.

Per quanto concerne i mix letali di sostanze chimiche, come spiega il professor Fabrizio Schifano, è preoccupante il duello tra gli operatori che stabiliscono la capacità drogante di una sostanza e la criminalità organizzata, la quale trova sempre un espediente per modificare una droga alternativa e renderla legale.
Anche la polizia si trova in grave difficoltà davanti a questo fenomeno: come spiega il responsabile dell’ufficio accertamenti tecnici di polizia giudiziaria Antonio di Tommaso, la vendita delle smart drugs costituisce la fetta più grossa del mercato degli stupefacenti: circa il 60% dei giovani italiani le hanno provate almeno una volta.
L’enorme diffusione delle “droghe furbe” va fermata prima che sia troppo tardi; ci si auspica, in questo senso, che i dati raccolti dal report dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze spingano la Commissione europea ad agire per arginare la gravità del fenomeno.

Save the Children lancia l’allarme: in Italia 1 bambino su 3 è a rischio povertà

L’Italia è uno dei peggiori paesi d’Europa per quanto concerne la tutela dei diritti dei minori. E’ quanto riporta l’ultimo rapporto di Save the Children, che descrive le condizioni di vita precarie in cui vertono migliaia di bambini nel nostro paese.
In quanto stato membro dell’Unione Europea , l’Italia dovrebbe vigilare sulla tutela dei diritti dell’infanzia, che sono parte integrante dei diritti dell’uomo, ma essa non adempie ai suoi doveri.
Nel nostro paese, infatti, si calpestano quotidianamente le esigenze fondamentali di moltissimi bambini, ai quali non viene garantita un’alimentazione adeguata, né tantomeno il diritto alla salute e all’istruzione, precludendo dunque loro la possibilità di trascorrere un’infanzia serena.
L’eurodeputato Tiziano Motti è impegnato da anni nella battaglia per la difesa dei diritti dei minori, tramite la sua associazione Europa dei Diritti, la quale ha lo scopo di tutelare le categorie svantaggiate e mediante la sua attività politica.
L’europarlamentare ha inoltre ottenuto dal Parlamento Europeo l’approvazione di una risoluzione per la messa in atto di un sistema informatico volto a proteggere i bambini dal pericolo della pedopornografia online, che è un problema ampiamente diffuso nei territori dell’UE .

Non è un paese per bambini
Secondo l’ultimo rapporto di Save the Children, Allarme infanzia, in questo momento l’Italia è uno dei paesi peggiori d’Europa in cui essere bambini, con 720mila minori che vivono in assoluta povertà. In termini pratici,

significa che questi bambini non hanno abbastanza da mangiare, non usufruiscono dell’assistenza sanitaria di base, compresi i vaccini più importanti e i controlli all’udito e alla vista. Inoltre in molti casi non vanno a scuola o se ci vanno sono troppo affamati o turbati per concentrarsi. Significa anche che non vivono la loro infanzia come dovrebbero poter fare, perché sono troppo occupati a sopravvivere. L’ultimo rapporto di Save the Children per l’Italia è a dir poco deprimente.

Il 20 maggio l’ong ha organizzato manifestazioni di protesta in sedici città, facendo sfilare i bambini davanti ad alcuni dei più importanti monumenti del paese. Davanti alla torre di Pisa portavano sagome di cartone di bambini a rappresentare la generazione perduta del paese e cartelli con scritte come “Ci avete rubato il futuro” e “Ci state rubando il cibo”. L’iniziativa, che continuerà fino al 5 giugno con manifestazioni di sensibilizzazione in tutto il paese, vuole essere un campanello d’allarme per i politici. Gli organizzatori sostengono che se non si interverrà al più presto, un numero sempre maggiore di bambini e adolescenti italiani rischierà di avere un futuro senza speranza.

L’Italia è molto al di sotto della media europea in base ai dodici indicatori socioeconomici standard per l’infanzia. Tra questi ci sono il livello di nutrizione, l’accesso regolare all’istruzione, l’inclusione sociale, le condizioni economiche generali e le opportunità di lavoro future. In Europa, solo la Grecia e la Bulgaria hanno una situazione peggiore. “Siamo preoccupati per il futuro dei bambini di questo paese”, ha dichiarato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia. “In base a tutti gli indicatori, le prospettive dei ragazzi italiani sono estremamente negative”.

La crisi economica complica le cose. Il rapporto di Save the Children denuncia un preoccupante tasso di abbandono scolastico, il che significa che la crisi attuale si ripercuoterà anche nei prossimi anni, quando i bambini italiani diventeranno adulti e rischieranno di essere poco istruiti e senza alcuna specializzazione. Un ragazzo su cinque – il 18 per cento degli adolescenti – lascia la scuola dopo le

medie, intorno ai 14 anni, per andare a lavorare nel mercato nero o nell’azienda di famiglia, o per occuparsi dei fratelli più piccoli, per permettere ai genitori di guadagnarsi da vivere. La media europea è del 10 per cento. A volte lasciano la scuola perché i genitori non riescono più a pagare i libri, i pasti e il trasporto o

peggio ancora perché si vergognano di non avere vestiti e scarpe adeguati. Tra quelli che completano il corso di studi superiore, solo una minima parte, meno del 30 per cento, si iscrive all’università. E se riescono a finire l’università, devono affrontare un tasso di disoccupazione che per i laureati è intorno al 40 per cento. Alla luce di queste statistiche, non c’è da stupirsi se, a livello di opportunità educative, l’Italia è al quart’ultimo posto in Europa, seguita solo da Malta, Portogallo e Spagna. Ma forse la cosa più grave che emerge dal rapporto di Save the Children è che lo stato italiano ha praticamente abbandonato i suoi giovani.

L’Italia è ventiduesima su 27 nella lista degli stati che non garantiscono servizi adeguati per i bambini. Solo due su dieci frequentano nidi e asili pubblici, per cui spesso i genitori non possono lavorare perché devono occuparsi di loro. A parte i

servizi, in Italia stanno diminuendo anche i parchi giochi e gli spazi verdi a causa della cementificazione dovuta all’espansione delle industrie. Save the Children calcola che sette bambini italiani su cento crescono vicino a fabbriche inquinanti. E quando ci sono i servizi, spesso le famiglie sono troppo povere per offrire ai loro figli le opportunità più basilari. Nell’ultimo anno, quasi il 20 per cento di loro non è mai stato al cinema, e

più del 25 per cento non pratica nessuno sport, anche perché la crisi ha costretto le scuole a tagliare i programmi sportivi. Più del 33 per cento dei ragazzi italiani dai 6 ai 17 anni non ha mai usato internet e quasi il 36 per cento non ha mai usato un computer. Ma la cosa più grave è che il 39,5 per cento non ha mai letto un libro. Save the Children, e altre ong, hanno avviato una serie di iniziative di base nelle città più povere. In alcuni casi, come a Bari, offrono assistenza gratuita ai bambini per permettere alle madri di cercare un lavoro. Altri programmi mirano alla costruzione di parchi giochi nei quartieri dove i ragazzi che non vanno a scuola possano incontrarsi e socializzare, per sviluppare le capacità linguistiche e aprirsi a nuove idee.

In Italia si moltiplicano le iniziative per insegnare ai genitori come nutrire correttamente i bambini anche con risorse limitate. Save the Children ha chiesto ai genitori di scrivere un messaggio sul futuro dei loro figli da postare sul sito della campagna. Uno dei più commoventi recita: “I bambini sono le creature più pure che esistono…hanno diritto di vivere in pace e, soprattutto, noi abbiamo il diritto di fare l’impossibile per realizzare i loro sogni”. Purtroppo, in alcune zone d’Italia, sopravvivere all’infanzia è diventato l’ostacolo più difficile da superare.

Etichette “green”: quando il colore può ingannare

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Un recente studio della Cornell University of Ithaca di New York ha dimostrato che le etichette alimentari verdi trasmettono al consumatore un concetto di salubrità e genuinità.
Il team di Jonathan Schuldt, direttore del Social and Communication Lab dell’università, ha sottoposto un campione di persone ad alcuni test sui colori delle etichette, ottenendo un risultato molto interessante.
Prendendo spunto dalla strategia di marketing di una famosa multinazionale americana che produce snack al cioccolato che di “green” hanno ben poco, i ricercatori hanno testato le reazioni di 93 volontari davanti al colore delle cosiddette “front label”, ossia quelle etichette che si trovano sulla  parte anteriore della confezione e hanno lo scopo di  veicolare  messaggi positivi, o di evidenziare informazioni nutrizionali percepite come vantaggiose dal consumatore. Il team ha rilevato che, se ai volontari veniva mostrata l’immagine di una front label contenente le indicazioni caloriche di una barretta di cioccolato, essi giudicavano più sana e meno calorica quella che riportava un’etichetta di colore verde, rispetto a quelle di colore rosso e bianco, nonostante le informazioni in esse contenute fossero identiche.  I ricercatori hanno quindi dedotto che la presenza di un’etichetta verde spingeva i consumatori a considerare gli alimenti più sani di quanto lo fossero in realtà.

Visti i preoccupanti risultati ottenuti della ricerca, come possono fare i cittadini a tutelarsi dalle aziende che approfittano della loro ingenuità?
L’onorevole Tiziano Motti ha affrontato spesso il tema delle etichette alimentari, sottolineando che la completa conoscenza delle informazioni in esse contenute e la possibilità di leggerle agevolmente fanno parte dei diritti dei cittadini europei.
Durante i suoi numerosi interventi  nella trasmissione Vivere Meglio, l’europarlamentare ha spiegato che nonostante la normativa europea sulle etichette biologiche sia in vigore da anni, i produttori che non la rispettano non vengono attualmente sanzionati.
L’Unione Europea infatti, da luglio 2010, obbliga le aziende che si definiscono biologiche ad apporre sulle confezioni dei loro prodotti un logo costituito dalle stelle dell’Unione Europea disposte a foglia, che è volto a garantirne la qualità bio.

In concreto, il logo garantisce al consumatore che il produttore sia certificato, e che l’alimento sia stato prodotto utilizzando materie prime e procedimenti al 95% conformi alla normativa UE.
Inoltre, un alimento è in regola se accanto al logo sono riportate queste informazioni:
– codice ISO per identificare il paese in cui viene effettuato il controllo (es. IT per l’Italia);
– indicazione del metodo di produzione biologica (es. BIO, ORG, ecc.);
– codice numerico a tre cifre riguardante l’organismo di controllo;
– indicazione del luogo nel quale sono state coltivate le materie prime (“Agricoltura UE”, “Agricoltura non UE”, oppure “Agricoltura UE/non UE” nel caso di diversa provenienza delle materie prime).

Purtroppo la normativa relativa al logo non è sufficiente a tutelare i cittadini europei, in quanto sono ben pochi i produttori che rispettano la legge, mentre sono tanti i casi di cronaca che parlano di derrate alimentari spacciate per bio.

Alla luce di questo, assume un’importanza centrale il Consiglio europeo agricoltura e pesca, che si è svolto qualche giorno fa a Bruxelles. Il Consiglio ha espresso il suo intento di sostenere l’agricoltura biologica, sempre più richiesta dai consumatori, nonché strumento per la tutela dell’ambiente e del suo sviluppo. Ha inoltre chiesto agli Stati membri e alla Commissione Europea di modificare le leggi attualmente in vigore, al fine di agevolare lo sviluppo di questo settore e di garantire che i cibi biologici siano davvero tali, esigendo più chiarezza riguardo al significato del termine biologico.
Nelle sue dichiarazioni conclusive, il Consiglio ha auspicato la nascita di una normativa capace di armonizzare tutta l’Unione Europea, all’interno della quale l’apposizione obbligatoria del logo bio possa costituire un’ottima strategia per evidenziare e differenziare i prodotti disponibili sul mercato.
Tutto questo potrebbe avvenire, sostiene il Consiglio, aumentando la consapevolezza dell’opinione pubblica, e promuovendo l’utilizzo del biologico attraverso l’informazione online e campagne specifiche.

Figli delle mamme carcerate rinchiusi con loro

carcerearticolo tratto da: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_aprile_19/rebibbia-bambini-sotto-i-tre-anni-in-carcere-leda-colombini-212746135865.shtml

Bambini a Rebibbia, il nido previsto dalla legge che ancora non c’è

Continua l’emergenza dei piccoli sotto i tre anni costretti a vivere nelle celle con le madri. L’azione dei volontari

ROMA – Sedici bambini sotto i tre anni sono «ospiti» incolpevoli del carcere femminile di Rebibbia. Si tratta perlopiù di figli di rom e donne nigeriane che scontano condanne superiori ai sei anni, ma soprattutto detenute ree di recidiva. Resta di attualità, dunque, il problema del «nido» di Rebibbia Femminile, da sempre molto affollato, con punte in passato fino a 30 bambini. Ne hanno parlato spesso i parlamentari in visita al penitenziario romano, promettendo iniziative e interventi, ma l’emergenza continua. La legge del 21 aprile 2011 – «madrina” Anna Finocchiaro – ha teso ad estendere le misure alternative e a eliminare soprattutto questa detenzione di piccoli incolpevoli (se non di essere figli di detenute, cui la recidiva prelude soluzioni alternative).

LEDA COLOMBINI – Del problema si è tornati a parlare mercoledì 17, in occasione della cerimonia nel carcere femminile per intitolare il nido a Leda Colombini. Perché l’ex parlamentare scomparsa nel dicembre del 2011, è stata per oltre venti anni la promotrice dell’attività di «A Roma insieme», l’associazione di volontari che hanno cercato di offrire una vita a migliore ai bambini reclusi con le loro mamme. In ricordo della Colombini è stata apposta una targa, in ceramica e mosaico, realizzata dal Liceo Artistico Statale Enzo Rossi indirizzo arti figurative per la pittura e per la scultura. Progetto ed inserti in ceramica sono stati realizzati dalle detenute-allieve che frequentano la sezione staccata dell’Istituto all’interno della Casa Circondariale, mentre il mosaico è stato realizzato dagli allievi della sede centrale della Scuola.

VOLONTARI – E poi ci sono le gite del sabato. Si chiamano Giovanna, Gioia, Giovanni – solo per fare qualche nome – i volontari che al sabato prendono in carcere questi bambini e li portano in gita, nel mondo esterno. Con i volontari i bimbi hanno scoperto il mare, i parchi, perfino la neve. Ma anche l’interruttore che in ogni casa permette di accendere la luce, ma che in carcere non esiste perché l’illuminazione è centralizzata. «Ricordo quel bimbo che a casa mia ha passato mezza giornata ad assistere al miracolo provocato dall’interruttore – ricorda Anna Maria Rossilli dell’Ufficio del Garante dei detenuti -. Aveva scoperto la notte e il giorno con un semplice pulsante».

articolo: http://www.ilgiornaledireggio.it/showPage.php?template=newsreggio&id=4577&masterPage=articoloreggio.htm

Motti all’incontro con Alfano, ecco il nuovo piano carceri italiano
Incontro tra il ministro e gli europarlamentari italiani

BRUXELLES (14 ottobre 2009) – Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha incontrato ieri i deputati italiani al Parlamento europeo. Nonostante la sua presenza a Bruxelles fosse principalmente dovuta ad un incontro con il Commissario alla Giustizia Jacques Barrot, l’esponente del Governo italiano ha accolto volentieri l’invito dei parlamentari, ai quali ha illustrato la situazione degli Istituti di pena italiani e il piano carceri che lo stesso Alfano presenterà domani, giovedì, al Consiglio dei Ministri. 4minuti è in grado di fornire in anteprima i punti chiave dell’intervento del Guardasigilli.

“In questo momento – ha spiegato Alfano (nella foto, con l’onorevole reggiano Tiziano Motti) – vi sono 64.000 detenuti in Italia, contro un capienza regolamentare di 43.000 e una capienza tollerabile di 63.000″. Che fare? L’indulto, promulgato nel 2006 dall’allora Guardasigilli Clemente Mastella, (che ieri in veste di eurodeputato ha ascoltato attentamente, seduto a pochi metri di distanza dal suo attuale successore) ha liberato detenuti deflazionando il sistema carcerario. In soli tre anni, si è ritornati tuttavia ai livelli di pressione carceraria pre-indulto. Lo studio effettuato dal Ministero della Giustizia ha evidenziato che in 60 anni di storia repubblicana sono stati emanati 30 provvedimenti di amnistia solo per alleviare il problema del sovraffollamento.

“La scelta politica del Governo – ha continuato Alfano – è quella di investire fortemente nel sistema, aumentando di 20mila posti la capienza in breve tempo”. L’Italia ha concluso dei trattati internazionali sul tema dei detenuti stranieri in Italia: su 64mila, 23mila sono stranieri, il che significa che se si mantenesse solo il dato relativo ai detenuti italiani non vi sarebbe la necessità di costruire nuove carceri. Serve quindi una forte e reale cooperazione con gli altri Stati e non solo europei. Il Ministro ha chiesto quindi alla delegazione italiana del Parlamento europeo di sostenerlo nella sua triplice visione di interazione con l’Unione Europea, laddove in un ruolo rafforzato dal Trattato di Lisbona, quest’ultima dovrà essere  garante dei Trattati internazionali, stipulare trattati internazionali per regolare i rapporti con i Paesi extra Ue i cui cittadini sono oggi detenuti in Italia e, infine, sostenere economicamente i Paesi che si trovano a dover gestire grandi numeri di reclusi stranieri.

“Il piano delle carceri – ha concluso il Ministro – avrà come priorità la rieducazione, per abbattere la possibilità di recidiva e reinvestire sui detenuti come nuova risorsa per la ricchezza del Paese; un capitolo a parte è il progetto under 3, che intende rivedere e migliorare le condizioni stabilite dalla legge Finocchiaro per le mamme detenute con figli minori di tre anni, consentendo ai piccoli di non essere costretti, pur di stare vicini alle loro mamme, a condividere le pene della prigione ma di essere accolti in una struttura specializzata, oppure affidati a famiglie selezionate”.

Attualmente i bambini fino a tre anni devono infatti stare in cella con la madre, con conseguenze psichiche ancora in fase di definizione sul lungo periodo della loro vita da adulti. Soddisfazione dell’On. Tiziano Motti (Udc/Gruppo Ppe) anche per la coincidenza dei punti di vista politici del Ministro Alfano con quelli che lui stesso intende portare avanti in Europa in tema di lotta alla pedofilia e sex-offenders, creando un sistema di allarme rapido di intervento e schedatura dei criminali in tutti gli Stati membri, che il ministro Alfano ha definito “E-Justice”. “La Giustizia elettronica – ha concordato l’On. Motti – è funzionale come porta d’accesso alla collaborazione fra le polizie internazionali, ma sarà necessario rafforzare la collaborazione fra gli Stati sul fronte del mutuo riconoscimento delle sentenze, altrimenti si ricomincia sempre daccapo”.