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Lo zucchero nascosto nelle etichette alimentari

zuccheroLo zucchero è una delle sostanze più utilizzate nei cibi industriali. Se le etichette alimentari fossero più chiare e leggibili, i consumatori potrebbero verificare con i loro occhi la veridicità di questa informazione, ma purtroppo non è così. Numerose aziende  produttrici nascondono la reale percentuale di zucchero contenuta negli alimenti, utilizzando strategie di marketing ben collaudate, e approfittando della generale disinformazione e inconsapevolezza alimentare. Molte persone, infatti, non sanno con esattezza come venga ottenuto lo zucchero contenuto negli alimenti, e quali effetti ne provochi l’assunzione, ma ne conoscono soltanto il potere dolcificante. Le industrie alimentari utilizzano diversi tipi di zuccheri: bianco, di canna, fruttosio, glucosio, aspartame, xilitolo, il miele, stevia, melassa, ecc., ma il più usato è quello raffinato, che, tra l’altro, è anche il più conosciuto. Apprendere come si ottiene e quali siano le caratteristiche nutrizionali di questa sostanza è, dunque, fondamentale.

Lo zucchero bianco è il prodotto di un elaborato processo di raffinazione della canna o della barbabietola da zucchero, che gli toglie progressivamente le sostanze nutritive; nello stesso processo, al prodotto vengono inoltre aggiunte sostanze dannose per l’organismo, come il bario, l’anidride carbonica e l’anidride solforosa, quest’ultima utilizzata al solo scopo di fargli assumere il caratteristico colore bianco.
Durante la lavorazione, lo zucchero perde i nutrienti essenziali, in particolare il calcio; per questo motivo, cercherà di sottrarlo dal corpo, indebolendo, oltre ai denti e alle ossa, l’intero organismo, dato che questo elemento è responsabile del buon funzionamento del sistema immunitario. E’ proprio per questo motivo, oltre che per il suo alto apporto calorico e per i suoi effetti negativi sul tasso glicemico, che molti produttori cercano di mascherare la  presenza dello zucchero negli alimenti.

Durante una puntata delle trasmissione Vivere Meglio, l’eurodeputato Tiziano Motti è stato interpellato da uno spettatore che aveva notato alcune ambiguità nell’etichetta di un alimento. Motti ha spiegato che, alcune aziende, per occultare la quantità di zucchero presente in un alimento, ricorrono all’escamotage di elencare gli zuccheri singolarmente – ad esempio: saccarosio, glucosio, fruttosio – per non rivelarne la percentuale complessiva contenuta.
C’è dunque da chiedersi come ci si possa tutelare dagli inganni delle industrie alimentari.
Il primo strumento di difesa, che lo stesso onorevole del PPE ha sempre messo al primo posto nella sua attività politica e sociale, è l’informazione; per Motti uno dei diritti più importanti dei cittadini è poter conoscere e scegliere ciò che si mangia.
Un secondo passo verso la consapevolezza alimentare è, inoltre, quello di osservare con attenzione le etichette dei cibi, e di riflettere sui messaggi veicolati dalle pubblicità.

E’ di pochi mesi fa il caso di una famosa azienda produttrice di marmellate, che è stata multata per aver divulgato pubblicità ingannevole e informazioni non veritiere sulle etichette dei propri prodotti. Per quanto l’azienda in questione possa essere  considerata“virtuosa” proprio per il fatto di non utilizzare zucchero bianco, coloranti, additivi e altre sostanze dannose per l’organismo, a onor del vero bisogna dire che non è stata fino in fondo trasparente nei confronti dei consumatori; le etichette dei prodotti in questione, che riportavano la dicitura “senza zuccheri aggiunti”,  inducevano infatti  le persone a credere che i prodotti fossero dietetici o adatti ai diabetici, anche se non era così.
Secondo il Regolamento (CE) n. 1924/2006  del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, se un alimento contiene in natura zuccheri (come quelli della frutta), nella sua etichetta dovrebbe figurare la dicitura “contiene in natura zuccheri” , prescrizione che l’azienda non ha rispettato.
Il caso delle marmellate senza zuccheri aggiunti mostra quanto sia importante il potere dei messaggi trasmessi al consumatore, e lo invita, ancora una volta, a tenere gli occhi aperti.

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Abbandoni estivi: chi tutela i diritti degli animali?

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In Italia, il fenomeno dell’abbandono degli animali in estate è molto frequente e non accenna a diminuire. Questo a causa della diffusa concezione secondo la quale gli animali sarebbero equiparabili ad oggetti o a giocattoli animati, e della scarsa efficacia delle leggi a loro tutela. Il nostro paese è l’immediato riferimento di queste informazioni, ma nel resto dell’Unione Europea le cose vanno anche peggio, specie per quanto concerne il trattamento che viene riservato ai randagi. Lo scorso anno, infatti, l’eurodeputato del PPE Tiziano Motti, tramite un’interrogazione parlamentare, ha denunciato i terribili maltrattamenti subiti dai randagi in paesi molto vicino al nostro, ossia la Romania e la Spagna. Motti ha inoltre chiesto al Parlamento Europeo di agire per fermare il lungo massacro di cani che si stava perpetrando in Ucraina per “liberare” gli spazi adibiti ad ospitare gli Europei di Calcio.

Il problema del randagismo – per quanto questo sia palesemente in contraddizione con l’art. 13 del trattato di Lisbona che definisce gli animali esseri senzienti – non rientra fra le competenze dell’UE, bensì è di competenza dei singoli Stati membri.
Cosa fa, dunque, l’Italia per tutelare gli animali domestici? Nel nostro paese ci sono due leggi di riferimento: la prima è la 281/1991, che rende obbligatoria la sterilizzazione dei randagi, mentre la seconda è la 189/2004, che rende perseguibile il reato di maltrattamento di animali, prevedendo per esso una pena fino a 15 mesi di detenzione e una multa da 3000 a 18000 euro.
Purtroppo, basta guardarsi intorno per rendersi conto che queste norme non vengono rispettate: i canili, ad esempio, sono sempre più pieni del dovuto, con tutte le conseguenze che questo comporta; come ha denunciato lo stesso Motti durante una puntata della trasmissione Vivere Meglio, i gestori dei canili hanno tutto l’interesse ad averli pieni, in quanto lo stato garantisce loro una quota per ogni animale ospitato.

Viste le numerose inadempienze, è evidente che anche il fenomeno dell’abbandono estivo non sia oggetto di effettiva tutela; devono dunque essere i singoli cittadini a difendere gli animali e i loro diritti, optando per soluzioni alternative a questa pratica disumana, o segnalando eventuali episodi di abbandono.
Chi possiede un cane o un gatto, e vuole portarlo con se in vacanza, può infatti scegliere di alloggiare in un albergo attrezzato per ospitare animali domestici; esistono inoltre numerose spiagge italiane che accettano cani.  Si può invece decidere di affidare il proprio animale alle cure di una pensione o di un’associazione specializzata, ma è prima indispensabile raccogliere informazioni su di essa e fare un sopralluogo per verificare che al suo interno si garantisca una sistemazione dignitosa e un nutrimento adeguato agli ospiti, e che non li si lasci soli per troppe ore al giorno.

Per quanto concerne, invece, gli episodi di abbandono, nel caso in cui si assista a uno di essi, o si trovi un animale impaurito sul ciglio della strada, è dovere morale (di ognuno) prestargli soccorso.
Nel primo caso, si dovrebbe documentare l’accaduto o memorizzare più informazioni possibili dell’evento; questo, al fine di sporgere denuncia, perché l’abbandono rientra nel reato di maltrattamento degli animali.
Nel secondo caso, occorre chiamare il 112 o il 115, oppure due numeri più mirati, che sono l’ 800.25.36.08, ossia  il servizio avvistamento cani in pericolo, oppure il 3341051030, il numero del team anti-abbandono.
E’ inoltre molto utile diffondere la notizia del ritrovamento sui social network, perché qualcuno potrebbe leggerla e decidere di prendersi cura dell’animale abbandonato.

Smart drugs: sballo a basso costo e ad alto rischio

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L’ultimo rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, inerente all’uso di sostanze stupefacenti da parte dei cittadini europei, riporta dati allarmanti. Il numero dei consumatori occasionali di droghe in Europa è altissimo: sono circa 70 milioni gli europei che dichiarano di averne fatto uso almeno una volta nella vita, e tra questi 20 milioni solo nell’ultimo anno; per quanto concerne invece, i consumatori abituali, sono circa 3 milioni, cifra che equivale all’1% dell’intera popolazione europea.
Pare dunque che la crisi economica, che ha messo in difficoltà moltissime persone, obbligandole a tagliare le spese superflue, non abbia influito sull’acquisto degli stupefacenti nel territorio dell’UE. Questo accade perché il mercato ha messo a disposizione dei consumatori numerose droghe “low cost”, ma efficaci come quelle tradizionali.
Secondo il report, infatti, a fronte di un diminuito uso di cocaina ed eroina, è aumentata in maniera esponenziale la diffusione di droghe sintetiche e delle cosiddette smart drugs, le “droghe furbe”.
La denominazione “smart” è relativa all’escamotage di drogarsi con sostanze o prodotti la cui vendita è legale, ma che garantiscono gli effetti allucinogeni e psicotropi delle droghe.

A tal proposito, durante un’interrogazione parlamentare avvenuta lo scorso anno, l’eurodeputato Tiziano Motti ha richiamato l’attenzione della Commissione di Bruxelles sull’utilizzo “alternativo” dei profumatori d’ambiente, venduti legalmente nei cosiddetti “smart-shops. Motti ha inoltre proposto allo stesso Parlamento europeo, nonché ai media, di chiamare le droghe alternative “trash drugs”- droghe spazzatura – in quanto il termine “smart” ha invece l’accezione positiva di “astuzia”. Questo, spiega l’europarlamentare, al fine di “evitare di promuovere positivamente il fenomeno e favorire indirettamente le aspettative dei giovani consumatori“.

Le droghe “furbe” comprendono sia gli utilizzi alternativi di liquidi o gas, che le sperimentazioni chimiche atte a produrre mix letali per l’essere umano; nel territorio dell’Unione Europea ne circolano circa 670.
Alla prima categoria appartengono le bombolette spray ad aria compressa, il cui uso alternativo è molto frequente. Risale a pochi mesi fa il caso del gestore di una ferramenta di Firenze, che ha deciso di interrompere la vendita del prodotto ai minori, dato che lo usavano per sballarsi in alternativa agli alcolici, che per legge non gli possono essere venduti.
Il propano contenuto nelle bombolette, infatti, garantisce effetti di alterazione dell’udito e della vista, apportando un’effimera sensazione di benessere, con conseguenze disastrose sulla salute dell’organismo: i danni provocati alla mielina del cervello, ai neuroni e ai polmoni sono infatti irreversibili.

Per quanto concerne i mix letali di sostanze chimiche, come spiega il professor Fabrizio Schifano, è preoccupante il duello tra gli operatori che stabiliscono la capacità drogante di una sostanza e la criminalità organizzata, la quale trova sempre un espediente per modificare una droga alternativa e renderla legale.
Anche la polizia si trova in grave difficoltà davanti a questo fenomeno: come spiega il responsabile dell’ufficio accertamenti tecnici di polizia giudiziaria Antonio di Tommaso, la vendita delle smart drugs costituisce la fetta più grossa del mercato degli stupefacenti: circa il 60% dei giovani italiani le hanno provate almeno una volta.
L’enorme diffusione delle “droghe furbe” va fermata prima che sia troppo tardi; ci si auspica, in questo senso, che i dati raccolti dal report dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze spingano la Commissione europea ad agire per arginare la gravità del fenomeno.

Save the Children lancia l’allarme: in Italia 1 bambino su 3 è a rischio povertà

L’Italia è uno dei peggiori paesi d’Europa per quanto concerne la tutela dei diritti dei minori. E’ quanto riporta l’ultimo rapporto di Save the Children, che descrive le condizioni di vita precarie in cui vertono migliaia di bambini nel nostro paese.
In quanto stato membro dell’Unione Europea , l’Italia dovrebbe vigilare sulla tutela dei diritti dell’infanzia, che sono parte integrante dei diritti dell’uomo, ma essa non adempie ai suoi doveri.
Nel nostro paese, infatti, si calpestano quotidianamente le esigenze fondamentali di moltissimi bambini, ai quali non viene garantita un’alimentazione adeguata, né tantomeno il diritto alla salute e all’istruzione, precludendo dunque loro la possibilità di trascorrere un’infanzia serena.
L’eurodeputato Tiziano Motti è impegnato da anni nella battaglia per la difesa dei diritti dei minori, tramite la sua associazione Europa dei Diritti, la quale ha lo scopo di tutelare le categorie svantaggiate e mediante la sua attività politica.
L’europarlamentare ha inoltre ottenuto dal Parlamento Europeo l’approvazione di una risoluzione per la messa in atto di un sistema informatico volto a proteggere i bambini dal pericolo della pedopornografia online, che è un problema ampiamente diffuso nei territori dell’UE .

Non è un paese per bambini
Secondo l’ultimo rapporto di Save the Children, Allarme infanzia, in questo momento l’Italia è uno dei paesi peggiori d’Europa in cui essere bambini, con 720mila minori che vivono in assoluta povertà. In termini pratici,

significa che questi bambini non hanno abbastanza da mangiare, non usufruiscono dell’assistenza sanitaria di base, compresi i vaccini più importanti e i controlli all’udito e alla vista. Inoltre in molti casi non vanno a scuola o se ci vanno sono troppo affamati o turbati per concentrarsi. Significa anche che non vivono la loro infanzia come dovrebbero poter fare, perché sono troppo occupati a sopravvivere. L’ultimo rapporto di Save the Children per l’Italia è a dir poco deprimente.

Il 20 maggio l’ong ha organizzato manifestazioni di protesta in sedici città, facendo sfilare i bambini davanti ad alcuni dei più importanti monumenti del paese. Davanti alla torre di Pisa portavano sagome di cartone di bambini a rappresentare la generazione perduta del paese e cartelli con scritte come “Ci avete rubato il futuro” e “Ci state rubando il cibo”. L’iniziativa, che continuerà fino al 5 giugno con manifestazioni di sensibilizzazione in tutto il paese, vuole essere un campanello d’allarme per i politici. Gli organizzatori sostengono che se non si interverrà al più presto, un numero sempre maggiore di bambini e adolescenti italiani rischierà di avere un futuro senza speranza.

L’Italia è molto al di sotto della media europea in base ai dodici indicatori socioeconomici standard per l’infanzia. Tra questi ci sono il livello di nutrizione, l’accesso regolare all’istruzione, l’inclusione sociale, le condizioni economiche generali e le opportunità di lavoro future. In Europa, solo la Grecia e la Bulgaria hanno una situazione peggiore. “Siamo preoccupati per il futuro dei bambini di questo paese”, ha dichiarato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia. “In base a tutti gli indicatori, le prospettive dei ragazzi italiani sono estremamente negative”.

La crisi economica complica le cose. Il rapporto di Save the Children denuncia un preoccupante tasso di abbandono scolastico, il che significa che la crisi attuale si ripercuoterà anche nei prossimi anni, quando i bambini italiani diventeranno adulti e rischieranno di essere poco istruiti e senza alcuna specializzazione. Un ragazzo su cinque – il 18 per cento degli adolescenti – lascia la scuola dopo le

medie, intorno ai 14 anni, per andare a lavorare nel mercato nero o nell’azienda di famiglia, o per occuparsi dei fratelli più piccoli, per permettere ai genitori di guadagnarsi da vivere. La media europea è del 10 per cento. A volte lasciano la scuola perché i genitori non riescono più a pagare i libri, i pasti e il trasporto o

peggio ancora perché si vergognano di non avere vestiti e scarpe adeguati. Tra quelli che completano il corso di studi superiore, solo una minima parte, meno del 30 per cento, si iscrive all’università. E se riescono a finire l’università, devono affrontare un tasso di disoccupazione che per i laureati è intorno al 40 per cento. Alla luce di queste statistiche, non c’è da stupirsi se, a livello di opportunità educative, l’Italia è al quart’ultimo posto in Europa, seguita solo da Malta, Portogallo e Spagna. Ma forse la cosa più grave che emerge dal rapporto di Save the Children è che lo stato italiano ha praticamente abbandonato i suoi giovani.

L’Italia è ventiduesima su 27 nella lista degli stati che non garantiscono servizi adeguati per i bambini. Solo due su dieci frequentano nidi e asili pubblici, per cui spesso i genitori non possono lavorare perché devono occuparsi di loro. A parte i

servizi, in Italia stanno diminuendo anche i parchi giochi e gli spazi verdi a causa della cementificazione dovuta all’espansione delle industrie. Save the Children calcola che sette bambini italiani su cento crescono vicino a fabbriche inquinanti. E quando ci sono i servizi, spesso le famiglie sono troppo povere per offrire ai loro figli le opportunità più basilari. Nell’ultimo anno, quasi il 20 per cento di loro non è mai stato al cinema, e

più del 25 per cento non pratica nessuno sport, anche perché la crisi ha costretto le scuole a tagliare i programmi sportivi. Più del 33 per cento dei ragazzi italiani dai 6 ai 17 anni non ha mai usato internet e quasi il 36 per cento non ha mai usato un computer. Ma la cosa più grave è che il 39,5 per cento non ha mai letto un libro. Save the Children, e altre ong, hanno avviato una serie di iniziative di base nelle città più povere. In alcuni casi, come a Bari, offrono assistenza gratuita ai bambini per permettere alle madri di cercare un lavoro. Altri programmi mirano alla costruzione di parchi giochi nei quartieri dove i ragazzi che non vanno a scuola possano incontrarsi e socializzare, per sviluppare le capacità linguistiche e aprirsi a nuove idee.

In Italia si moltiplicano le iniziative per insegnare ai genitori come nutrire correttamente i bambini anche con risorse limitate. Save the Children ha chiesto ai genitori di scrivere un messaggio sul futuro dei loro figli da postare sul sito della campagna. Uno dei più commoventi recita: “I bambini sono le creature più pure che esistono…hanno diritto di vivere in pace e, soprattutto, noi abbiamo il diritto di fare l’impossibile per realizzare i loro sogni”. Purtroppo, in alcune zone d’Italia, sopravvivere all’infanzia è diventato l’ostacolo più difficile da superare.

Rischio esposizione da amianto in crescita: al via il Progetto amianto.

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L’Istituto Superiore di Sanità dà il via al Progetto amianto, un progetto di ricerca sulle patologie conseguenti all’esposizione a questa letale miscela di minerali, e di bonifica di zone da esso inquinate. L’iniziativa è finanziata dal Ministero della Salute, avrà una durata di due anni e coinvolgerà quattro unità operative: l’Istituto Superiore di sanità, coordinatore del progetto, l’Università Amedeo Avogadro del Piemonte Orientale, l’Università di Torino e l’istituto Tumori “Regina Elena”.

Il problema della pericolosità dell’asbesto è stato discusso anche al Parlamento Europeo, che ha recentemente approvato una risoluzione parlamentare dal titolo “Minacce per la salute sul luogo di lavoro legate all’amianto, e prospettive di eliminazione di tutto l’amianto esistente”. Gli obiettivi della risoluzione riguardano: la definizione di qualifiche per ingegneri, architetti e dipendenti di imprese, e la formazione per tutti i lavoratori esposti al rischio chimico da amianto; un programma di rimozione dell’asbesto a livello europeo; il riconoscimento delle malattie legate all’amianto, il sostegno alle vittime e l’ideazione di una strategia per ottenere un divieto mondiale che diminuisca progressivamente la presenza di questa sostanza sul territorio UE e dei paesi extra UE.

L’europarlamentare Tiziano Motti è molto sensibile alle tematiche inerenti alla salute dei cittadini, tanto da aver scelto la Fondazione Veronesi come partner della sua associazione Europa dei diritti, e del progetto sociale ed editoriale Noi Cittadini.
La Fondazione Veronesi è nata con lo scopo di promuovere la ricerca e la divulgazione scientifica, ed è nota per i suoi numerosi studi e azioni in campo oncologico.

Il progetto amianto si sviluppa a partire dalle ricerche internazionali di valutazione dell’incidenza di tumori nelle zone a rischio, a seguito delle quali l’Italia ha stilato un Piano Nazionale Operativo per la risoluzione delle problematiche individuate, piano del quale il Progetto Amianto costituisce una prima forma di attuazione.
I ricercatori dell’Iss e delle altre entità scientifiche coinvolte nel progetto studieranno i rischi inerenti all’esposizione, lavoreranno per progettare nuove ed efficaci metodologie per la sorveglianza sanitaria ed epidemiologica, e innovativi sistemi di diagnosi e cura delle malattie conseguenti all’esposizione; infine, attueranno la cooperazione con i paesi nei quali l’amianto è ancora consentito.

Nell’ambito del Progetto, saranno inoltre dedicati fondi ed energie alla ricerca di efficaci soluzioni al mesotelioma pleurico, una patologia direttamente correlata all’esposizione da amianto. Seguendo la pista tracciata dalle ultime scoperte in campo oncologico, i ricercatori coinvolti approfondiranno lo studio delle cellule staminali tumorali, al fine di identificare nuovi bersagli terapeutici. Un altro importante elemento nello studio delle patologie legate all’amianto sono i modificatori genetici: pertanto, si cercherà di scoprire se essi effettivamente influiscano sulla possibilità di contrarre patologie tumorali. Si analizzerà, inoltre, l’entità del rischio di contrarre malattie per gli ex-esposti.

Gli obiettivi di bonifica delle aree inquinate, e quello di analisi dell’incidenza di forme tumorali a seguito dell’esposizione all’amianto, avranno come centro geografico la zona di Taranto. La città è sede di una nota industria oggetto di rischio chimico, le cui vicende sono attualmente al centro della cronaca. Proprio in questi giorni, il ministro dell’ambiente Andrea Orlando ha incontrato i rappresentanti delle associazioni ambientaliste e dei sindacati, rassicurandoli sulla sua intenzione di far rispettare alla nota azienda l’Autorizzazione Integrata Ambientale.
I dannosi effetti per la salute e l’ambiente riscontrati, sono stati esaminati dallo Studio Sentieri, effettuato dall’Istituto Superiore della Sanità per rispondere alle istanze dei cittadini pugliesi, preoccupati dall’evidente situazione di alta pericolosità della zona.
Sono particolarmente inquietanti i dati dello studio riguardanti l’incidenza di mesotelioma pleurico nella popolazione che abitava nei pressi dell’azienda: si è registrato un aumento del 419% dell’incidenza di questa patologia per gli uomini e del 211% per le donne;  la mortalità infantile è in aumento, così come la possibilità di contrarre malattie gravi durante il primo anno di vita. I risultati dello Studio Sentieri sono stati resi pubblici nel 2009, proprio pochi giorni prima dell’uscita dell’attuale Autorizzazione Integrata Ambientale.

Purtroppo, da allora le cose non sono cambiate, e sono moltissimi i giornali e programmi televisivi pugliesi e nazionali che sensibilizzano i cittadini su un problema gravissimo rimasto tutt’ora irrisolto. Deve pertanto essere trovata al più presto una soluzione efficace e durevole nel tempo alla pericolosità dell’esposizione da amianto, poiché la salute e l’ambiente sono due inalienabili diritti dei cittadini, dinanzi ai quali perfino il benessere sociale ed economico deve fare un passo indietro.

Figli delle mamme carcerate rinchiusi con loro

carcerearticolo tratto da: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_aprile_19/rebibbia-bambini-sotto-i-tre-anni-in-carcere-leda-colombini-212746135865.shtml

Bambini a Rebibbia, il nido previsto dalla legge che ancora non c’è

Continua l’emergenza dei piccoli sotto i tre anni costretti a vivere nelle celle con le madri. L’azione dei volontari

ROMA – Sedici bambini sotto i tre anni sono «ospiti» incolpevoli del carcere femminile di Rebibbia. Si tratta perlopiù di figli di rom e donne nigeriane che scontano condanne superiori ai sei anni, ma soprattutto detenute ree di recidiva. Resta di attualità, dunque, il problema del «nido» di Rebibbia Femminile, da sempre molto affollato, con punte in passato fino a 30 bambini. Ne hanno parlato spesso i parlamentari in visita al penitenziario romano, promettendo iniziative e interventi, ma l’emergenza continua. La legge del 21 aprile 2011 – «madrina” Anna Finocchiaro – ha teso ad estendere le misure alternative e a eliminare soprattutto questa detenzione di piccoli incolpevoli (se non di essere figli di detenute, cui la recidiva prelude soluzioni alternative).

LEDA COLOMBINI – Del problema si è tornati a parlare mercoledì 17, in occasione della cerimonia nel carcere femminile per intitolare il nido a Leda Colombini. Perché l’ex parlamentare scomparsa nel dicembre del 2011, è stata per oltre venti anni la promotrice dell’attività di «A Roma insieme», l’associazione di volontari che hanno cercato di offrire una vita a migliore ai bambini reclusi con le loro mamme. In ricordo della Colombini è stata apposta una targa, in ceramica e mosaico, realizzata dal Liceo Artistico Statale Enzo Rossi indirizzo arti figurative per la pittura e per la scultura. Progetto ed inserti in ceramica sono stati realizzati dalle detenute-allieve che frequentano la sezione staccata dell’Istituto all’interno della Casa Circondariale, mentre il mosaico è stato realizzato dagli allievi della sede centrale della Scuola.

VOLONTARI – E poi ci sono le gite del sabato. Si chiamano Giovanna, Gioia, Giovanni – solo per fare qualche nome – i volontari che al sabato prendono in carcere questi bambini e li portano in gita, nel mondo esterno. Con i volontari i bimbi hanno scoperto il mare, i parchi, perfino la neve. Ma anche l’interruttore che in ogni casa permette di accendere la luce, ma che in carcere non esiste perché l’illuminazione è centralizzata. «Ricordo quel bimbo che a casa mia ha passato mezza giornata ad assistere al miracolo provocato dall’interruttore – ricorda Anna Maria Rossilli dell’Ufficio del Garante dei detenuti -. Aveva scoperto la notte e il giorno con un semplice pulsante».

articolo: http://www.ilgiornaledireggio.it/showPage.php?template=newsreggio&id=4577&masterPage=articoloreggio.htm

Motti all’incontro con Alfano, ecco il nuovo piano carceri italiano
Incontro tra il ministro e gli europarlamentari italiani

BRUXELLES (14 ottobre 2009) – Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha incontrato ieri i deputati italiani al Parlamento europeo. Nonostante la sua presenza a Bruxelles fosse principalmente dovuta ad un incontro con il Commissario alla Giustizia Jacques Barrot, l’esponente del Governo italiano ha accolto volentieri l’invito dei parlamentari, ai quali ha illustrato la situazione degli Istituti di pena italiani e il piano carceri che lo stesso Alfano presenterà domani, giovedì, al Consiglio dei Ministri. 4minuti è in grado di fornire in anteprima i punti chiave dell’intervento del Guardasigilli.

“In questo momento – ha spiegato Alfano (nella foto, con l’onorevole reggiano Tiziano Motti) – vi sono 64.000 detenuti in Italia, contro un capienza regolamentare di 43.000 e una capienza tollerabile di 63.000″. Che fare? L’indulto, promulgato nel 2006 dall’allora Guardasigilli Clemente Mastella, (che ieri in veste di eurodeputato ha ascoltato attentamente, seduto a pochi metri di distanza dal suo attuale successore) ha liberato detenuti deflazionando il sistema carcerario. In soli tre anni, si è ritornati tuttavia ai livelli di pressione carceraria pre-indulto. Lo studio effettuato dal Ministero della Giustizia ha evidenziato che in 60 anni di storia repubblicana sono stati emanati 30 provvedimenti di amnistia solo per alleviare il problema del sovraffollamento.

“La scelta politica del Governo – ha continuato Alfano – è quella di investire fortemente nel sistema, aumentando di 20mila posti la capienza in breve tempo”. L’Italia ha concluso dei trattati internazionali sul tema dei detenuti stranieri in Italia: su 64mila, 23mila sono stranieri, il che significa che se si mantenesse solo il dato relativo ai detenuti italiani non vi sarebbe la necessità di costruire nuove carceri. Serve quindi una forte e reale cooperazione con gli altri Stati e non solo europei. Il Ministro ha chiesto quindi alla delegazione italiana del Parlamento europeo di sostenerlo nella sua triplice visione di interazione con l’Unione Europea, laddove in un ruolo rafforzato dal Trattato di Lisbona, quest’ultima dovrà essere  garante dei Trattati internazionali, stipulare trattati internazionali per regolare i rapporti con i Paesi extra Ue i cui cittadini sono oggi detenuti in Italia e, infine, sostenere economicamente i Paesi che si trovano a dover gestire grandi numeri di reclusi stranieri.

“Il piano delle carceri – ha concluso il Ministro – avrà come priorità la rieducazione, per abbattere la possibilità di recidiva e reinvestire sui detenuti come nuova risorsa per la ricchezza del Paese; un capitolo a parte è il progetto under 3, che intende rivedere e migliorare le condizioni stabilite dalla legge Finocchiaro per le mamme detenute con figli minori di tre anni, consentendo ai piccoli di non essere costretti, pur di stare vicini alle loro mamme, a condividere le pene della prigione ma di essere accolti in una struttura specializzata, oppure affidati a famiglie selezionate”.

Attualmente i bambini fino a tre anni devono infatti stare in cella con la madre, con conseguenze psichiche ancora in fase di definizione sul lungo periodo della loro vita da adulti. Soddisfazione dell’On. Tiziano Motti (Udc/Gruppo Ppe) anche per la coincidenza dei punti di vista politici del Ministro Alfano con quelli che lui stesso intende portare avanti in Europa in tema di lotta alla pedofilia e sex-offenders, creando un sistema di allarme rapido di intervento e schedatura dei criminali in tutti gli Stati membri, che il ministro Alfano ha definito “E-Justice”. “La Giustizia elettronica – ha concordato l’On. Motti – è funzionale come porta d’accesso alla collaborazione fra le polizie internazionali, ma sarà necessario rafforzare la collaborazione fra gli Stati sul fronte del mutuo riconoscimento delle sentenze, altrimenti si ricomincia sempre daccapo”.

Pedofilia online: Facebook apre i suoi archivi

Facebook apre i suoi archivi chat alla magistratura italiana per un’indagine di pedofilia online: è la prima volta che accade. L’indagato è G.P., un uomo di 50 anni condannato per adescamento di tre ragazzine di 14 anni. Il gup Andrea Salemme, che non è soddisfatto dalle indagini, inoltra una rogatoria agli Usa ottenendo, con l’aiuto dell’FBI, i file criptati contenenti le chat del pedofilo. Scopre quindi che G.P., fingendosi un quindicenne, convinceva decine di ragazzine a spogliarsi e compiere atti sessuali davanti alla web cam.

L’uomo, che era già stato arrestato per lo stesso reato, aveva chiesto di essere sottoposto alla castrazione chimica, che nel nostro paese, però, è proibita per legge. Non è stata ancora trovata, d’altra parte, una valida alternativa a questa drastica soluzione, qualcosa che sia in grado di arginare e prevenire il fenomeno della pedofilia. Infatti, se l’esplosione dell’odio nei confronti del “mostro” di turno, incarnata dai tantissimi commenti in rete contro i pedofili, è immediata, risulta al contrario molto difficile rapportarsi efficacemente e, soprattutto, legalmente, a quella che è a tutti gli effetti una malattia mentale.

L’eurodeputato Tiziano Motti, tramite le attività dell’associazione Europa dei Diritti, da lui fondata, si impegna da tempo nella difesa dei diritti dei minori.
A fronte del vuoto legislativo in merito alla pedofilia e pedopornografia online, fenomeno oggi enormemente diffuso, l’onorevole dell’UDC nel 2010 ha chiesto e ottenuto che il Parlamento Europeo approvasse una risoluzione per un sistema di allarme rapido, teso a impedire le attività online di pedofili e molestatori sessuali. L’anno seguente, l’europarlamentare insieme all’esperto di tecnologie non convenzionali Fabio Ghioni, propone allo stesso Parlamento una soluzione altamente tecnologica e sicura per effettuare indagini sui reati online: il sistema Logbox.

La tecnologia informatica ideata da Ghioni, se installata in un computer, permette la conservazione dei dati di navigazione, che vengono criptati e possono essere utilizzati come materiale di un’eventuale indagine. Il sistema è progettato in modo che possano accedere a questi dati solo tre entità, ognuna dotata di una chiave d’accesso: la polizia postale o l’autorità preposta alle indagini, un garante e l’utente. Il meccanismo è reso ancora più sicuro dal fatto che l’accesso è possibile solo tramite l’incrocio di due password su tre.

Purtroppo ad oggi, nonostante la risoluzione parlamentare sia stata pienamente approvata, il sistema non è ancora stato adottato. Questo avviene perché è molto difficile regolamentare un non-luogo virtuale come il web, tradizionalmente indipendente dai vincoli legali cui si è sottoposti nel mondo “reale”. L’assenza di una cultura basata sulla consapevolezza nell’uso della rete, nata come strumento atto a potenziare le nostre conoscenze, fa si che essa sia invece considerata alla stregua di un giocattolo. L’unica cosa che fa “drizzare le antenne” agli utenti è la paura di perdere la propria privacy.
Una delle critiche che è stata mossa a Motti e Ghioni è proprio quella relativa al controllo, tanto che LogBox è stato anche chiamato il “Grande Fratello buono”. C’è però un interessante paradosso da considerare: molti utenti che sostengono di voler gelosamente proteggere la propria riservatezza, sono i primi a mettere in piazza i fatti loro tramite le bacheche dei social network. Tra queste persone, ci sono anche genitori che utilizzano le immagini dei figli come foto profilo, immagini che potrebbero essere facilmente prelevate da un pedofilo. Questo comportamento oltre che incoerente, è soprattutto pericoloso. La potenza del lato oscuro della rete, come Ghioni lo definisce, è dunque ancora sottovalutata, e i criminali continuano a sguazzare impuniti in questo marasma pieno di illegalità.

Per questo motivo, ci auspichiamo che prima possibile venga messo in atto il sistema promosso dall’onorevole Motti e ideato da Ghioni. Nel nostro quotidiano, come cittadini, noi possiamo contribuire a tutelare i bambini dalla pedofilia, diffondendo informazione in merito e facendo sentire la nostra voce. Non fare nulla per cambiare le cose, equivale a dare il proprio silenzioso assenso.