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La bici che riduce l’inquinamento fa bene alla salute e all’ambiente

bicicletta e salute

bicicletta e salute

In molto paesi del mondo, l’inquinamento atmosferico influenza significativamente la qualità della vita dei cittadini; per questo motivo si stanno studiando delle soluzioni per limitarlo.
In alcune città europee si punta sul potenziamento dei mezzi pubblici, che in molti casi possono sostituire le automobili, rendendoli più ecologici ed efficienti; in altre, si incentiva l’uso della bicicletta, il mezzo di trasporto sostenibile per antonomasia. Le caratteristiche ecologiche della bicicletta hanno ispirato i designers di un’azienda di Bangkok; essi hanno pensato di utilizzarla per ridurre l’inquinamento atmosferico, e hanno costruito dei prototipi che sono in grado di purificare l’aria.
Questa idea innovativa è in linea con le azioni positive promosse dall’UE per il raggiungimento degli obiettivi di Europa 2020; gli obiettivi prevedono una riduzione delle emissioni inquinamenti pari al 20% , e sono sostenuti anche dall’eurodeputato Tiziano Motti, che promuove la crescita sostenibile, uno dei più importanti diritti dei cittadini.

 

**Addio smog in città: ecco la bici che purifica l’aria**

La scelta di adottare la bicicletta come mezzo di spostamento è già di per sé una decisione che contribuisce a contrastare le emissioni di inquinanti nell’atmosfera, ma oggi la scelta di adottare questo stile di vita potrebbe diventare ancora più green.
Un’azienda di Bangkok, Lighfog Creative & Design Company, ha realizzato il concept dellaPhotosynthesis Bike, una bicicletta in grado di fagocitare anidride carbonica ed altre componenti inquinanti e di restituire aria pulita assieme all’ossigeno, un processo simile alla fotosintesi che svolgono le piante.
Non è stato ancora realizzato un prototipo ma il progetto è già stato premiato con un Red Dot Award, uno dei più importanti riconoscimenti mondiali in materia di design, a testimoniare come tale idea rivoluzionaria possa essere un importante tassello nella riduzione dei livelli di inquinamento nelle nostre città. I dettagli sul funzionamento dell’eco – bici devono ancora essere determinati, ma sarà il telaio stesso che convertirà la luce solare in energia per alimentare la batteria che produrrà ossigeno, attraverso una reazione chimica tra acqua e corrente elettrica generata dalla batteria agli ioni di litio. Sarà posizionato nel manubrio un filtro che assorbirà il particolato e rilascerà aria depurata mentre si pedala, il mezzo su due ruote inoltre sarà in grado di compiere il processo di fotosintesi sintetica anche da parcheggiata sfruttando la potenza della batteria.
Silawat Virakul è il direttore del progetto, il quale ha spiegato a FastCoExist:
“Vogliamo progettare prodotti che possano ridurre l’inquinamento atmosferico in città, così abbiamo deciso di progettare una bici perché pensiamo che le biciclette siano veicoli ecologici per il trasporto. Andare in bicicletta può ridurre il traffico nelle città e abbiamo voluto aggiungere più valore al nostro mezzo arricchendola della capacità di ridurre l’inquinamento”.
Si tratta di una tecnologia ancora in fase di sperimentazione, ma che se dovesse rivelarsi efficiente aprirebbe le porte ad una trasformazione della progettazione dei mezzi, che non solo rispettano l’ambiente ma che addirittura sono in grado di purificare l’aria che quotidianamente respiriamo.

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Edifici dismessi riutilizzati: nuove opportunità per i cittadini

recupero edifici abbandonati

recupero edifici abbandonati

In Italia gli edifici abbandonati sono più 2 milioni. Come sostiene la campagna del WWF Riutilizziamo l’Italia che propone il “riuso al posto del consumo di nuovo suolo”, se si assegnasse a queste costruzioni una nuova e utile funzione si eviterebbero un inutile spreco di risorse e di terreno, e numerosi danni all’ambiente.
Nonostante le resistenze all’innovazione e gli ostacoli legali all’utilizzo di edifici dismessi, i progetti di recupero ad opera di associazioni o singoli cittadini si stanno diffondendo sempre più; le iniziative sono imperniate sulla gestione di spazi, ma, soprattutto, sull’azione delle persone, che danno nuova vita a quelle che altrimenti sarebbero solo quattro mura scrostate come tante altre.

Il “Colorificio Liberato” di Pisa ne è un esempio. Lo stabile abbandonato dell’ex fabbrica è stato pacificamente occupato da alcuni attivisti del Progetto Rebeldia, che fanno parte del Municipio dei Beni Comuni, ed è diventato uno spazio di interazione, condivisione, e sperimentazione di nuove forme di cittadinanza. L’esperienza dell’ex colorificio, attualmente in stand – by, è stata citata dal Consiglio d’Europa durante la conferenza “Responding Together”, insieme a tante altre iniziative sociali europee; secondo il Consiglio, l’occupazione dello stabile rappresenta infatti un atto di cittadinanza, in quanto consiste nel rendere attive risorse inutilizzate. I diritti dei cittadini sono molto importanti anche per l ‘onorevole del PPE Tiziano Motti. L’eurodeputato è attivamente impegnato in progetti di informazione e comunicazione sociale come noi cittadini , nel quale si può scaricare gratuitamente l’omonima guida settimanale ai servizi per i comuni e per le imprese, e di sensibilizzazione alle persone sul tema della partecipazione attiva alla vita della società.

Il riutilizzo di costruzioni abbandonate può veicolare anche attività “for profit” , creando nuovi posti di lavoro per i giovani o portando nuove entrate economiche ad un comune. È il caso di Rudere Project, ideato da un gruppo di giovanissimi freelance che trasforma i palazzi abbandonati in stimolanti musei temporanei; con l’aiuto degli entusiasti abitanti di Favara, ad esempio, hanno rimesso a nuovo una palazzina anni ‘40 danneggiata dal terremoto.
L’innovativo evento RIUSA di Firenze, un laboratorio sul tema del patrimonio dismesso e del suo riuso, è stato invece curato dai ragazzi del gruppo
“: esibisco”, che sono specializzati nell’organizzazione di eventi a basso costo per il recupero di spazi cittadini dimenticati.
Lo Spazio Grisù di Ferrara, la prima Factory culturale dell’Emilia – Romagna, rappresenta un interessante connubio tra no – profit e for – profit; l’associazione di riferimento ha trasformato i 4000 mq dell’ex Caserma dei Vigili del Fuoco in un enorme spazio che ospita in coworking “aziende creative meritevoli” di giovani designers, architetti, artisti del 3D, esperti di progettazione sostenibile, case editrici emergenti, ecc.

Le potenzialità degli edifici dismessi hanno infine ispirato i creatori dell’app [im]possibile living una sorta di wikimapia delle costruzioni abbandonate che si arricchisce continuamente di materiale fotografico grazie alle segnalazioni degli utenti, e mira a diventare una comunità per la creazione di progetti di utilità sociale e recupero sostenibile degli edifici.
In Italia ci vorrà ancora molto tempo prima di raggiungere i livelli di città europee come Berlino, nella quale il riutilizzo degli stabili abbandonati è previsto per legge, ma i numerosi progetti italiani e l’entusiasmo con il quale vengono portati avanti sono un chiaro segnale del desiderio delle persone di muoversi in questa direzione.

Lo zucchero nascosto nelle etichette alimentari

zuccheroLo zucchero è una delle sostanze più utilizzate nei cibi industriali. Se le etichette alimentari fossero più chiare e leggibili, i consumatori potrebbero verificare con i loro occhi la veridicità di questa informazione, ma purtroppo non è così. Numerose aziende  produttrici nascondono la reale percentuale di zucchero contenuta negli alimenti, utilizzando strategie di marketing ben collaudate, e approfittando della generale disinformazione e inconsapevolezza alimentare. Molte persone, infatti, non sanno con esattezza come venga ottenuto lo zucchero contenuto negli alimenti, e quali effetti ne provochi l’assunzione, ma ne conoscono soltanto il potere dolcificante. Le industrie alimentari utilizzano diversi tipi di zuccheri: bianco, di canna, fruttosio, glucosio, aspartame, xilitolo, il miele, stevia, melassa, ecc., ma il più usato è quello raffinato, che, tra l’altro, è anche il più conosciuto. Apprendere come si ottiene e quali siano le caratteristiche nutrizionali di questa sostanza è, dunque, fondamentale.

Lo zucchero bianco è il prodotto di un elaborato processo di raffinazione della canna o della barbabietola da zucchero, che gli toglie progressivamente le sostanze nutritive; nello stesso processo, al prodotto vengono inoltre aggiunte sostanze dannose per l’organismo, come il bario, l’anidride carbonica e l’anidride solforosa, quest’ultima utilizzata al solo scopo di fargli assumere il caratteristico colore bianco.
Durante la lavorazione, lo zucchero perde i nutrienti essenziali, in particolare il calcio; per questo motivo, cercherà di sottrarlo dal corpo, indebolendo, oltre ai denti e alle ossa, l’intero organismo, dato che questo elemento è responsabile del buon funzionamento del sistema immunitario. E’ proprio per questo motivo, oltre che per il suo alto apporto calorico e per i suoi effetti negativi sul tasso glicemico, che molti produttori cercano di mascherare la  presenza dello zucchero negli alimenti.

Durante una puntata delle trasmissione Vivere Meglio, l’eurodeputato Tiziano Motti è stato interpellato da uno spettatore che aveva notato alcune ambiguità nell’etichetta di un alimento. Motti ha spiegato che, alcune aziende, per occultare la quantità di zucchero presente in un alimento, ricorrono all’escamotage di elencare gli zuccheri singolarmente – ad esempio: saccarosio, glucosio, fruttosio – per non rivelarne la percentuale complessiva contenuta.
C’è dunque da chiedersi come ci si possa tutelare dagli inganni delle industrie alimentari.
Il primo strumento di difesa, che lo stesso onorevole del PPE ha sempre messo al primo posto nella sua attività politica e sociale, è l’informazione; per Motti uno dei diritti più importanti dei cittadini è poter conoscere e scegliere ciò che si mangia.
Un secondo passo verso la consapevolezza alimentare è, inoltre, quello di osservare con attenzione le etichette dei cibi, e di riflettere sui messaggi veicolati dalle pubblicità.

E’ di pochi mesi fa il caso di una famosa azienda produttrice di marmellate, che è stata multata per aver divulgato pubblicità ingannevole e informazioni non veritiere sulle etichette dei propri prodotti. Per quanto l’azienda in questione possa essere  considerata“virtuosa” proprio per il fatto di non utilizzare zucchero bianco, coloranti, additivi e altre sostanze dannose per l’organismo, a onor del vero bisogna dire che non è stata fino in fondo trasparente nei confronti dei consumatori; le etichette dei prodotti in questione, che riportavano la dicitura “senza zuccheri aggiunti”,  inducevano infatti  le persone a credere che i prodotti fossero dietetici o adatti ai diabetici, anche se non era così.
Secondo il Regolamento (CE) n. 1924/2006  del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, se un alimento contiene in natura zuccheri (come quelli della frutta), nella sua etichetta dovrebbe figurare la dicitura “contiene in natura zuccheri” , prescrizione che l’azienda non ha rispettato.
Il caso delle marmellate senza zuccheri aggiunti mostra quanto sia importante il potere dei messaggi trasmessi al consumatore, e lo invita, ancora una volta, a tenere gli occhi aperti.

Abbandoni estivi: chi tutela i diritti degli animali?

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In Italia, il fenomeno dell’abbandono degli animali in estate è molto frequente e non accenna a diminuire. Questo a causa della diffusa concezione secondo la quale gli animali sarebbero equiparabili ad oggetti o a giocattoli animati, e della scarsa efficacia delle leggi a loro tutela. Il nostro paese è l’immediato riferimento di queste informazioni, ma nel resto dell’Unione Europea le cose vanno anche peggio, specie per quanto concerne il trattamento che viene riservato ai randagi. Lo scorso anno, infatti, l’eurodeputato del PPE Tiziano Motti, tramite un’interrogazione parlamentare, ha denunciato i terribili maltrattamenti subiti dai randagi in paesi molto vicino al nostro, ossia la Romania e la Spagna. Motti ha inoltre chiesto al Parlamento Europeo di agire per fermare il lungo massacro di cani che si stava perpetrando in Ucraina per “liberare” gli spazi adibiti ad ospitare gli Europei di Calcio.

Il problema del randagismo – per quanto questo sia palesemente in contraddizione con l’art. 13 del trattato di Lisbona che definisce gli animali esseri senzienti – non rientra fra le competenze dell’UE, bensì è di competenza dei singoli Stati membri.
Cosa fa, dunque, l’Italia per tutelare gli animali domestici? Nel nostro paese ci sono due leggi di riferimento: la prima è la 281/1991, che rende obbligatoria la sterilizzazione dei randagi, mentre la seconda è la 189/2004, che rende perseguibile il reato di maltrattamento di animali, prevedendo per esso una pena fino a 15 mesi di detenzione e una multa da 3000 a 18000 euro.
Purtroppo, basta guardarsi intorno per rendersi conto che queste norme non vengono rispettate: i canili, ad esempio, sono sempre più pieni del dovuto, con tutte le conseguenze che questo comporta; come ha denunciato lo stesso Motti durante una puntata della trasmissione Vivere Meglio, i gestori dei canili hanno tutto l’interesse ad averli pieni, in quanto lo stato garantisce loro una quota per ogni animale ospitato.

Viste le numerose inadempienze, è evidente che anche il fenomeno dell’abbandono estivo non sia oggetto di effettiva tutela; devono dunque essere i singoli cittadini a difendere gli animali e i loro diritti, optando per soluzioni alternative a questa pratica disumana, o segnalando eventuali episodi di abbandono.
Chi possiede un cane o un gatto, e vuole portarlo con se in vacanza, può infatti scegliere di alloggiare in un albergo attrezzato per ospitare animali domestici; esistono inoltre numerose spiagge italiane che accettano cani.  Si può invece decidere di affidare il proprio animale alle cure di una pensione o di un’associazione specializzata, ma è prima indispensabile raccogliere informazioni su di essa e fare un sopralluogo per verificare che al suo interno si garantisca una sistemazione dignitosa e un nutrimento adeguato agli ospiti, e che non li si lasci soli per troppe ore al giorno.

Per quanto concerne, invece, gli episodi di abbandono, nel caso in cui si assista a uno di essi, o si trovi un animale impaurito sul ciglio della strada, è dovere morale (di ognuno) prestargli soccorso.
Nel primo caso, si dovrebbe documentare l’accaduto o memorizzare più informazioni possibili dell’evento; questo, al fine di sporgere denuncia, perché l’abbandono rientra nel reato di maltrattamento degli animali.
Nel secondo caso, occorre chiamare il 112 o il 115, oppure due numeri più mirati, che sono l’ 800.25.36.08, ossia  il servizio avvistamento cani in pericolo, oppure il 3341051030, il numero del team anti-abbandono.
E’ inoltre molto utile diffondere la notizia del ritrovamento sui social network, perché qualcuno potrebbe leggerla e decidere di prendersi cura dell’animale abbandonato.

Il diritto alla mobilità non è uguale per tutti

Estate, tempo di vacanze. Certo, non per tutti, vista la crisi, che ancora si fa sentire; ma, se chi vorrebbe partire non può farlo per la leggerezza con la quale vengono considerati i diritti dei cittadini, allora è il caso di fermarsi a riflettere.
Un disabile ha infatti raccontato via web, i disagi che ha subito durante l’imbarco aereo in un suo recente viaggio dalla Germania. Nonostante il regolamento UE inerente al trasporto dei disabili parli chiaro, molte compagnie aree europee –incluse quelle italiane- non si sono ancora adeguate alle normative, dando luogo a situazioni grottesche come quella vissuta dall’autore dell’articolo, o arrivando, addirittura, a lasciare a terra un viaggiatore perché disabile.

Il puzzle aereo e le partenze con l’handicap

«Quanto pesa?» mi chiede in tedesco l’assistente aeroportuale incaricato di farmi salire sul volo Monaco-Milano. Rispolvero un po’ di tedesco universitario e rispondo «peso tra gli 80 e 90 chili» (Non mi peso da mesi – avete mai riflettuto su quanto sia difficile trovare una bilancia a misura di sedia a rotelle?). Poi mi fermo e rifletto. Perché me lo chiede? L’ultima volta che mi era capitata una domanda del genere in aeroporto ero a Xi-an (Cina) e non disponevano del sollevatore per farmi salire in aereo. Allora mi presero in tre e mi caricarono a braccia. In Germania è accaduto qualcosa di simile: visto che l’aereo della Lufthansa regional era piccolo, i tedeschi non disponevano del mezzo adatto per portarmi a bordo. In pratica mi hanno sollevato i due assistenti e portato sull’aereo spingendomi su per la scaletta gradino dopo gradino.
Malignamente, durante il viaggio, ho pensato a cosa potesse accadere all’arrivo a Malpensa. E invece mi sono dovuto ricredere, il servizio è stato perfetto. Per una volta: Italia – Germania 1 a 0. Un episodio davvero banale che però mi fa riflettere sul meraviglioso mondo del trasporto aereo dove tutte le procedure dovrebbe essere standard e invece ogni compagnia fa – o almeno così sembra – di testa sua. Alle spalle credo di avere le mie circa 500 ore di volo e tante esperienza differenti. E non credo proprio di essere il solo anzi. Estate alle porte mi attendo da un giorno all’altro di leggere di una persona con disabilità lasciata a terra. Ed è successo (ricordo che persino il presidente della Fish,  Pietro Barbieri non fu imbarcato su un volo Roma-Milano nel 2011). E succederà. Non dovrebbe, ma vedrete che accadrà.
Ammetto di essere confuso. Certe volte accade che al momento della prenotazione la compagnia ti risponda «dobbiamo verificare che non ci siano più di due persone con disabilità sullo stesso aereo. Se ciò si verificasse non potremmo accettare la sua prenotazione». E poi ho visto a San Paolo la Lufthansa – onore al merito – caricare la squadra paralimpica brasiliana con più di 10 persone con disabilità.
Altra chicca la rigidità nell’assegnazione dei posti per persone con disabilità. La compagnia brasiliana Gol al check-in ti assegna dei posti – magari a metà aereo – e al gate, per evitare l’intervento dell’assistenza, te li cambia con le prime file. Così mi è capitato di entrare con la mia sedia a rotelle sull’aeromobile e di scivolare – si fa per dire – sul sedile senza bisogno di nessun aiuto. Tempo impiegato? Cinque minuti. Air France, assegna posti in coda all’aereo, Emirates e altre compagnie preferiscono dare le prime file. Stesso modello di aereo e posizioni differenti, dubito quindi che si tratti di una questione di sicurezza. Altrimenti i posti sarebbero sempre gli stessi. Una situazione similare quella capitata a Roberto Vitali, presidente del marchio di qualità per l’accessibilità V4A e portavoce della commissione ministeriale sul turismo accessibile, con la compagnia di bandiera.
«Ero all’aeroporto di San Paolo e mi reco al check-in Alitalia presentando la carta Freccia Alata e richiedendo di poter essere posizionato nella prima fila di economy», racconta Vitali. «Mi hanno risposto di no, dovevo stare in fila 20 perché ci sono i posti riservati in cui il bracciolo si alza per favorire lo spostamento (i paraplegici traslano dalla sedia alla poltrona, n.d.r). Ne è nata una discussione. Non è vero che i braccioli si alzano: nel viaggio di andata i braccioli erano bloccati e mi hanno messo nel posto centrale di una fila da tre».
«Dopo una trattativa di circa 20 minuti li ho convinti a spostarmi in prima fila, mentre mi rifanno il biglietto mi dicono che essendoci alcuni posti liberi in Optima, mi avrebbero fatto un upgrade gratuito. A me e a tutti gli altri possessori di carte Freccia». Ma Vitali non fa a tempo a festeggiare che dopo 15 minuti ecco il cambio di programma « mi dicono “siamo spiacenti ma il posto libero non può essere utilizzato da una persona in carrozzina”. Morale… sono ritornato in economy per fortuna in prima fila».
Dunque la prima fila dell’economy, quella con un po’ di spazio per le gambe, è adatta o no? Sono andato a controllare il regolamento Ue n117/2006  che regola ai diritti delle persone con disabilità e delle persone a mobilità ridotta nel trasporto aereo che dice: i vettori aerei devono fare «ogni sforzo ragionevole al fine di attribuire, su richiesta, i posti a sedere tenendo conto delle esigenze delle singole persone con disabilità o a mobilità ridotta, nel rispetto dei requisiti di sicurezza e limitatamente alla disponibilità».

La Fish, Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, sostiene che nel nostro paese il diritto alla mobilità dovrebbe essere garantito a tutti, sia per quanto concerne il trasporto aereo, che per quello ferroviario, navale, e, soprattutto, urbano.
Per chi è costretto in carrozzina o ha difficoltà motorie, gli spostamenti sono infatti un enorme problema. In molte città d’Italia gli autobus urbani non sono attrezzati per il trasporto disabili, e i mezzi a norma a disposizione dei Comuni o delle associazioni, scarseggiano.
Basti pensare che anche una città come Milano ha pensato di fare tagli al sociale quest’anno.
La maggior parte dei comuni del nostro paese si trovano in situazioni economiche ben più critiche: nel migliore dei casi, i tagli sono stati fatti già da molto tempo, oppure i servizi per disabili non sono mai esistiti.
A questo proposito, il progetto Mobilità Gratuita promosso da Tiziano Motti e la società Europa Servizi, si sta rivelando molto utile nel dare una boccata d’ossigeno a quei comuni che non hanno fondi per finanziare progetti di sostegno agli svantaggiati.

Malnutrizione e obesità: il paradosso del nostro secolo

La FAO chiede ai governi di tutto il mondo di investire nell’educazione alimentare: i costi sanitari relativi alla malnutrizione e all’obesità sono diventati insostenibili.
Il panorama dipinto dal recente report The State of Food and Agriculture-Sofa 2013, sul trend alimentare del mondo, è surreale. Il nostro pianeta è teatro di un enorme paradosso: ci sono circa 2 miliardi di persone malnutrite e quasi altrettante – ovvero 1,4 miliardi – sovralimentate, tra le quali circa 500 milioni sono obese.
Sono particolarmente allarmanti i dati inerenti alla malnutrizione dei bambini: circa il 26% di quelli sotto i cinque anni sono rachitici e hanno disturbi della crescita, mentre circa il 31% soffre di carenza di vitamina A.

Oltre a riflettere sui gravissimi danni causati da uno scorretto modo di nutrirsi, occorre pensare anche al peso economico di queste aberrazioni alimentari. Secondo la FAO, i costi economici e sociali per mantenere questo assurdo numero di persone che non mangiano in modo corretto, rappresentano circa il 5% del prodotto interno lordo globale, ossia 3500 miliardi di dollari.
In molti paesi, come ad esempio gli USA, – ma non solo, visti i recenti dati sullo Sri Lanka – e nella stessa Italia, l’obesità e il diabete sono diventati i mali del secolo, molto più diffusi e difficilmente curabili di altre malattie ben  più gravi. Questo avviene perché essi si annidano in profondità nell’essere umano, entrando silenziosamente a far parte di lui, giorno dopo giorno, a causa delle errate abitudini alimentari e di vita.
Eppure, sottolinea la FAO, basterebbe davvero poco per rimediare:  i costi di un progetto di educazione alimentare sarebbero irrisori per il governo di un paese, rispetto a quelli spesi attualmente per la cura di queste due malattie.

L’eurodeputato Tiziano Motti conduce da anni un’intensa attività di informazione e sensibilizzazione sui vantaggi di una corretta alimentazione. Tramite la sua associazione Europa dei Diritti, l’europarlamentare diffonde i diritti alimentari dei cittadini, come ad esempio quello relativo alla conoscenza delle etichette alimentari.
Secondo Motti, i cittadini correttamente informati sono più attenti a ciò che acquistano e mangiano, e sviluppano, quindi, una maggiore consapevolezza alimentare.

Le proposte del Sofa vanno nella stessa direzione. Il report sostiene che, al fine di eliminare gli effetti della malnutrizione  e dell’obesità, è necessaria una dieta equilibrata e soprattutto sana: come ricorda la FAO, sarebbe indispensabile nutrirsi con alimenti di qualità, ossia prodotti in modo sostenibile. Questo comporterebbe lo sviluppo di migliori sistemi alimentari, che implicano un limitato utilizzo di pesticidi e diserbanti chimici e di OGM, e veicolano, al contrario, la varietà dei prodotti agricoli e metodi di coltura che rispettano i tempi di attività e riposo del terreno.
Il Sofa mette l’accento anche sull’effettivo risparmio globale che si potrebbe ottenere sostituendo il cibo scadente con cibo di qualità. La cultura del risparmio, che si è diffusa a seguito della crisi, ha invece condotto molte persone a prediligere cibi di scarso valore nutrizionale e prezzo più basso. Esse non pensano, però, al fatto che per ottenere un’adeguata dose di elementi nutritivi da questo tipo di alimenti, dovranno raddoppiare la quantità da acquistare.

Quello appena descritto è anche il trend alimentare del nostro paese.
Il diminuito consumo di frutta e verdura, divenute troppo care per le tasche degli italiani, gli ha spinti ad optare verso alimenti più scadenti e meno  nutrienti. La loro alimentazione, come quella del resto del mondo, è influenzata dall’industria alimentare: si basa quindi soprattutto su prodotti e sottoprodotti di allevamenti intensivi e di monocolture di grano e mais.
Gli alimenti da essi privilegiati sono ad alto indice glicemico, come ad esempio gli zuccheri e le farine raffinate; sono inoltre ricchi di grassi e di sale. Nelle loro tavole scarseggiano la qualità e la varietà dei cibi, a fronte di un’alimentazione piatta e ripetitiva.
L’inevitabile conseguenza di queste scelte poco sagge è l’obesità: da una ricerca effettuata dalla Coldiretti emerge che attualmente circa il 10% degli italiani è obeso, mentre il 40% è in sovrappeso.
Ad essa è correlata una malattia che si sta diffondendo sempre più: il diabete di tipo 2. Questa patologia, che solitamente sorge con l’avanzare dell’età, oggi invece si sta presentando precocemente e addirittura nei bambini. Essi, infatti, come gli adulti, – il loro principale modello alimentare, insieme ai messaggi sul cibo veicolati dagli spot pubblicitari – sono sempre più  a rischio di obesità e diabete; molti di loro, anzi, ne sono già affetti.

Rischio esposizione da amianto in crescita: al via il Progetto amianto.

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L’Istituto Superiore di Sanità dà il via al Progetto amianto, un progetto di ricerca sulle patologie conseguenti all’esposizione a questa letale miscela di minerali, e di bonifica di zone da esso inquinate. L’iniziativa è finanziata dal Ministero della Salute, avrà una durata di due anni e coinvolgerà quattro unità operative: l’Istituto Superiore di sanità, coordinatore del progetto, l’Università Amedeo Avogadro del Piemonte Orientale, l’Università di Torino e l’istituto Tumori “Regina Elena”.

Il problema della pericolosità dell’asbesto è stato discusso anche al Parlamento Europeo, che ha recentemente approvato una risoluzione parlamentare dal titolo “Minacce per la salute sul luogo di lavoro legate all’amianto, e prospettive di eliminazione di tutto l’amianto esistente”. Gli obiettivi della risoluzione riguardano: la definizione di qualifiche per ingegneri, architetti e dipendenti di imprese, e la formazione per tutti i lavoratori esposti al rischio chimico da amianto; un programma di rimozione dell’asbesto a livello europeo; il riconoscimento delle malattie legate all’amianto, il sostegno alle vittime e l’ideazione di una strategia per ottenere un divieto mondiale che diminuisca progressivamente la presenza di questa sostanza sul territorio UE e dei paesi extra UE.

L’europarlamentare Tiziano Motti è molto sensibile alle tematiche inerenti alla salute dei cittadini, tanto da aver scelto la Fondazione Veronesi come partner della sua associazione Europa dei diritti, e del progetto sociale ed editoriale Noi Cittadini.
La Fondazione Veronesi è nata con lo scopo di promuovere la ricerca e la divulgazione scientifica, ed è nota per i suoi numerosi studi e azioni in campo oncologico.

Il progetto amianto si sviluppa a partire dalle ricerche internazionali di valutazione dell’incidenza di tumori nelle zone a rischio, a seguito delle quali l’Italia ha stilato un Piano Nazionale Operativo per la risoluzione delle problematiche individuate, piano del quale il Progetto Amianto costituisce una prima forma di attuazione.
I ricercatori dell’Iss e delle altre entità scientifiche coinvolte nel progetto studieranno i rischi inerenti all’esposizione, lavoreranno per progettare nuove ed efficaci metodologie per la sorveglianza sanitaria ed epidemiologica, e innovativi sistemi di diagnosi e cura delle malattie conseguenti all’esposizione; infine, attueranno la cooperazione con i paesi nei quali l’amianto è ancora consentito.

Nell’ambito del Progetto, saranno inoltre dedicati fondi ed energie alla ricerca di efficaci soluzioni al mesotelioma pleurico, una patologia direttamente correlata all’esposizione da amianto. Seguendo la pista tracciata dalle ultime scoperte in campo oncologico, i ricercatori coinvolti approfondiranno lo studio delle cellule staminali tumorali, al fine di identificare nuovi bersagli terapeutici. Un altro importante elemento nello studio delle patologie legate all’amianto sono i modificatori genetici: pertanto, si cercherà di scoprire se essi effettivamente influiscano sulla possibilità di contrarre patologie tumorali. Si analizzerà, inoltre, l’entità del rischio di contrarre malattie per gli ex-esposti.

Gli obiettivi di bonifica delle aree inquinate, e quello di analisi dell’incidenza di forme tumorali a seguito dell’esposizione all’amianto, avranno come centro geografico la zona di Taranto. La città è sede di una nota industria oggetto di rischio chimico, le cui vicende sono attualmente al centro della cronaca. Proprio in questi giorni, il ministro dell’ambiente Andrea Orlando ha incontrato i rappresentanti delle associazioni ambientaliste e dei sindacati, rassicurandoli sulla sua intenzione di far rispettare alla nota azienda l’Autorizzazione Integrata Ambientale.
I dannosi effetti per la salute e l’ambiente riscontrati, sono stati esaminati dallo Studio Sentieri, effettuato dall’Istituto Superiore della Sanità per rispondere alle istanze dei cittadini pugliesi, preoccupati dall’evidente situazione di alta pericolosità della zona.
Sono particolarmente inquietanti i dati dello studio riguardanti l’incidenza di mesotelioma pleurico nella popolazione che abitava nei pressi dell’azienda: si è registrato un aumento del 419% dell’incidenza di questa patologia per gli uomini e del 211% per le donne;  la mortalità infantile è in aumento, così come la possibilità di contrarre malattie gravi durante il primo anno di vita. I risultati dello Studio Sentieri sono stati resi pubblici nel 2009, proprio pochi giorni prima dell’uscita dell’attuale Autorizzazione Integrata Ambientale.

Purtroppo, da allora le cose non sono cambiate, e sono moltissimi i giornali e programmi televisivi pugliesi e nazionali che sensibilizzano i cittadini su un problema gravissimo rimasto tutt’ora irrisolto. Deve pertanto essere trovata al più presto una soluzione efficace e durevole nel tempo alla pericolosità dell’esposizione da amianto, poiché la salute e l’ambiente sono due inalienabili diritti dei cittadini, dinanzi ai quali perfino il benessere sociale ed economico deve fare un passo indietro.