Archivi categoria: Pubblicazioni

Edifici dismessi riutilizzati: nuove opportunità per i cittadini

recupero edifici abbandonati

recupero edifici abbandonati

In Italia gli edifici abbandonati sono più 2 milioni. Come sostiene la campagna del WWF Riutilizziamo l’Italia che propone il “riuso al posto del consumo di nuovo suolo”, se si assegnasse a queste costruzioni una nuova e utile funzione si eviterebbero un inutile spreco di risorse e di terreno, e numerosi danni all’ambiente.
Nonostante le resistenze all’innovazione e gli ostacoli legali all’utilizzo di edifici dismessi, i progetti di recupero ad opera di associazioni o singoli cittadini si stanno diffondendo sempre più; le iniziative sono imperniate sulla gestione di spazi, ma, soprattutto, sull’azione delle persone, che danno nuova vita a quelle che altrimenti sarebbero solo quattro mura scrostate come tante altre.

Il “Colorificio Liberato” di Pisa ne è un esempio. Lo stabile abbandonato dell’ex fabbrica è stato pacificamente occupato da alcuni attivisti del Progetto Rebeldia, che fanno parte del Municipio dei Beni Comuni, ed è diventato uno spazio di interazione, condivisione, e sperimentazione di nuove forme di cittadinanza. L’esperienza dell’ex colorificio, attualmente in stand – by, è stata citata dal Consiglio d’Europa durante la conferenza “Responding Together”, insieme a tante altre iniziative sociali europee; secondo il Consiglio, l’occupazione dello stabile rappresenta infatti un atto di cittadinanza, in quanto consiste nel rendere attive risorse inutilizzate. I diritti dei cittadini sono molto importanti anche per l ‘onorevole del PPE Tiziano Motti. L’eurodeputato è attivamente impegnato in progetti di informazione e comunicazione sociale come noi cittadini , nel quale si può scaricare gratuitamente l’omonima guida settimanale ai servizi per i comuni e per le imprese, e di sensibilizzazione alle persone sul tema della partecipazione attiva alla vita della società.

Il riutilizzo di costruzioni abbandonate può veicolare anche attività “for profit” , creando nuovi posti di lavoro per i giovani o portando nuove entrate economiche ad un comune. È il caso di Rudere Project, ideato da un gruppo di giovanissimi freelance che trasforma i palazzi abbandonati in stimolanti musei temporanei; con l’aiuto degli entusiasti abitanti di Favara, ad esempio, hanno rimesso a nuovo una palazzina anni ‘40 danneggiata dal terremoto.
L’innovativo evento RIUSA di Firenze, un laboratorio sul tema del patrimonio dismesso e del suo riuso, è stato invece curato dai ragazzi del gruppo
“: esibisco”, che sono specializzati nell’organizzazione di eventi a basso costo per il recupero di spazi cittadini dimenticati.
Lo Spazio Grisù di Ferrara, la prima Factory culturale dell’Emilia – Romagna, rappresenta un interessante connubio tra no – profit e for – profit; l’associazione di riferimento ha trasformato i 4000 mq dell’ex Caserma dei Vigili del Fuoco in un enorme spazio che ospita in coworking “aziende creative meritevoli” di giovani designers, architetti, artisti del 3D, esperti di progettazione sostenibile, case editrici emergenti, ecc.

Le potenzialità degli edifici dismessi hanno infine ispirato i creatori dell’app [im]possibile living una sorta di wikimapia delle costruzioni abbandonate che si arricchisce continuamente di materiale fotografico grazie alle segnalazioni degli utenti, e mira a diventare una comunità per la creazione di progetti di utilità sociale e recupero sostenibile degli edifici.
In Italia ci vorrà ancora molto tempo prima di raggiungere i livelli di città europee come Berlino, nella quale il riutilizzo degli stabili abbandonati è previsto per legge, ma i numerosi progetti italiani e l’entusiasmo con il quale vengono portati avanti sono un chiaro segnale del desiderio delle persone di muoversi in questa direzione.

Il 112 come strumento per tutelare gli anziani e i disabili

112-Carabinieri

In molti Stati membri dell’Unione europea, l’azione di supporto agli anziani e ai disabili, da essi svolta, non riesce a soddisfare tutte le pressanti necessità di queste due categorie svantaggiate.
Recentemente, alcuni eurodeputati, tra i quali l’onorevole del PPE Tiziano Motti, hanno richiamato l’attenzione della Commissione europea su un aspetto di questo problema, tramite un’interrogazione parlamentare. Essa è uno strumento diretto di controllo parlamentare sull’operato delle istituzioni e degli organi dell’Unione europea, e consiste nella richiesta di informazioni riguardo a una notizia e agli eventuali provvedimenti che l’UE intende prendere in merito.
Gli eurodeputati hanno posto alla Commissione alcuni quesiti riguardanti il potenziamento del numero di emergenza 112 – che era stato oggetto di una risoluzione parlamentare del 2011, – quale strumento di supporto per tutti i cittadini dell’UE, poiché solo il 27 % di essi ne è a conoscenza. Hanno chiesto, dunque,  alla Commissione di agire per sostenere i paesi membri nel mettere in atto campagne di promozione e sensibilizzazione sull’utilizzo del 112, e che ne fosse, inoltre, garantita l’accessibilità anche ai disabili e agli anziani.
L’eurodeputato Tiziano Motti, tramite la sua associazione Europa dei diritti e la Fondazione Tiziano Motti, svolge da tempo un’attività di informazione e di aiuto ai cittadini, per quanto concerne i loro diritti e i servizi a loro disposizione sul territorio; in tal senso, Motti pone una particolare attenzione verso le categorie svantaggiate, quali i minori, le donne, gli anziani  e i disabili. L’europarlamentare, tra l’altro, è promotore del progetto Mobilità Gratuita, che sopperisce al servizio di trasporto disabili, nei comuni che non sono in grado di fornirlo.

Molti stati membri dell’UE, Italia compresa, non hanno trovato una soluzione definitiva al problema degli anziani che vivono da soli, che con l’estate diventa più urgente.
Una persona anziana con mobilità ridotta, o affetta da gravi patologie, così come una persona disabile, non può vivere da sola, in quanto ha bisogno di un ausilio costante per poter svolgere le normali attività quotidiane. A tal proposito, le residenze e gli istituti di cura privati o comunali, o le assistenti familiari, possono risolvere il problema, ma non tutti gli anziani possono permettersi una spesa del genere.
Il numero degli anziani che vivono da soli è piuttosto alto: questo avviene, oltre che per i già citati motivi economici, perché molti di essi non hanno figli o un coniuge che si occupi di loro, o perché, purtroppo, le persone a loro care li lasciano soli. L’abbandono più grave che essi subiscono, però, è da parte delle istituzioni, le quali, a causa dei continui tagli alle spese, sono costrette a  relegare il sociale in secondo piano.
In estate le cose si complicano, in quanto, oltre al fatto che la città si svuota e i servizi diminuiscono, arriva il caldo, e gli anziani sono tra i soggetti più a rischio di malori e disidratazione. Per questo motivo, numerose associazioni di volontariato e strutture comunali organizzano iniziative di prevenzione e supporto. Si tratta, innanzitutto, della distribuzione di vademecum per difendersi dal caldo; in parallelo a queste guide, esse offrono anche attività ludico-ricreative o laboratori, assistenza sociosanitaria e psicologica, e una serie di preziosi gesti di aiuto all’anziano, come ad esempio tenergli compagnia, o fare delle piccole commissioni per lui.
Per quanto vitali per il buon funzionamento della struttura sociale, queste iniziative non garantiscono, però, la sicurezza degli anziani e dei disabili nei contesti di emergenza; per questo motivo, è indispensabile che la richiesta fatta durante l’interrogazione parlamentare, inerente al potenziamento del 112, sia seguita da un concreto cambiamento.

Lo zucchero nascosto nelle etichette alimentari

zuccheroLo zucchero è una delle sostanze più utilizzate nei cibi industriali. Se le etichette alimentari fossero più chiare e leggibili, i consumatori potrebbero verificare con i loro occhi la veridicità di questa informazione, ma purtroppo non è così. Numerose aziende  produttrici nascondono la reale percentuale di zucchero contenuta negli alimenti, utilizzando strategie di marketing ben collaudate, e approfittando della generale disinformazione e inconsapevolezza alimentare. Molte persone, infatti, non sanno con esattezza come venga ottenuto lo zucchero contenuto negli alimenti, e quali effetti ne provochi l’assunzione, ma ne conoscono soltanto il potere dolcificante. Le industrie alimentari utilizzano diversi tipi di zuccheri: bianco, di canna, fruttosio, glucosio, aspartame, xilitolo, il miele, stevia, melassa, ecc., ma il più usato è quello raffinato, che, tra l’altro, è anche il più conosciuto. Apprendere come si ottiene e quali siano le caratteristiche nutrizionali di questa sostanza è, dunque, fondamentale.

Lo zucchero bianco è il prodotto di un elaborato processo di raffinazione della canna o della barbabietola da zucchero, che gli toglie progressivamente le sostanze nutritive; nello stesso processo, al prodotto vengono inoltre aggiunte sostanze dannose per l’organismo, come il bario, l’anidride carbonica e l’anidride solforosa, quest’ultima utilizzata al solo scopo di fargli assumere il caratteristico colore bianco.
Durante la lavorazione, lo zucchero perde i nutrienti essenziali, in particolare il calcio; per questo motivo, cercherà di sottrarlo dal corpo, indebolendo, oltre ai denti e alle ossa, l’intero organismo, dato che questo elemento è responsabile del buon funzionamento del sistema immunitario. E’ proprio per questo motivo, oltre che per il suo alto apporto calorico e per i suoi effetti negativi sul tasso glicemico, che molti produttori cercano di mascherare la  presenza dello zucchero negli alimenti.

Durante una puntata delle trasmissione Vivere Meglio, l’eurodeputato Tiziano Motti è stato interpellato da uno spettatore che aveva notato alcune ambiguità nell’etichetta di un alimento. Motti ha spiegato che, alcune aziende, per occultare la quantità di zucchero presente in un alimento, ricorrono all’escamotage di elencare gli zuccheri singolarmente – ad esempio: saccarosio, glucosio, fruttosio – per non rivelarne la percentuale complessiva contenuta.
C’è dunque da chiedersi come ci si possa tutelare dagli inganni delle industrie alimentari.
Il primo strumento di difesa, che lo stesso onorevole del PPE ha sempre messo al primo posto nella sua attività politica e sociale, è l’informazione; per Motti uno dei diritti più importanti dei cittadini è poter conoscere e scegliere ciò che si mangia.
Un secondo passo verso la consapevolezza alimentare è, inoltre, quello di osservare con attenzione le etichette dei cibi, e di riflettere sui messaggi veicolati dalle pubblicità.

E’ di pochi mesi fa il caso di una famosa azienda produttrice di marmellate, che è stata multata per aver divulgato pubblicità ingannevole e informazioni non veritiere sulle etichette dei propri prodotti. Per quanto l’azienda in questione possa essere  considerata“virtuosa” proprio per il fatto di non utilizzare zucchero bianco, coloranti, additivi e altre sostanze dannose per l’organismo, a onor del vero bisogna dire che non è stata fino in fondo trasparente nei confronti dei consumatori; le etichette dei prodotti in questione, che riportavano la dicitura “senza zuccheri aggiunti”,  inducevano infatti  le persone a credere che i prodotti fossero dietetici o adatti ai diabetici, anche se non era così.
Secondo il Regolamento (CE) n. 1924/2006  del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, se un alimento contiene in natura zuccheri (come quelli della frutta), nella sua etichetta dovrebbe figurare la dicitura “contiene in natura zuccheri” , prescrizione che l’azienda non ha rispettato.
Il caso delle marmellate senza zuccheri aggiunti mostra quanto sia importante il potere dei messaggi trasmessi al consumatore, e lo invita, ancora una volta, a tenere gli occhi aperti.

L’alimentazione vista dai bambini

Little girl with a bowl of vegetables

Se potessero scegliere, cosa mangerebbero i bambini? Un’indagine alimentare condotta dalla Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), ha provato a rispondere a questa domanda.
I genitori sono generalmente molto attenti a ciò che mangiano i propri figli, e, se in età prescolare, spesso danno loro più cibo del necessario. L’indagine della SIPPS ha cercato di mettere in evidenza un aspetto molto interessante di queste dinamiche, da molti sottovalutato. I bambini, anche se molto piccoli, capiscono intuitivamente quali siano gli alimenti che vorrebbero mangiare; nelle scelte alimentari che li riguardano, dunque, gli adulti dovrebbero ascoltare anche i loro desideri.
Dalle risposte del questionario cui sono stati sottoposti, emerge che i bimbi non vogliono abbuffarsi solo di dolci, fritti e bevande gassate, ma hanno anche una forte curiosità verso i cibi nuovi, che sperimentano volentieri.
La “diseducazione alimentare” invece, aumenta con l’età: i bambini, crescendo, tendono ad assumere le scorrette abitudini dei genitori e a diventare sempre più sedentari, mettendo così a rischio la propria salute.

Che cosa pensano i bambini del cibo? Secondo uno studio italiano mangerebbero meglio e forse sarebbero un po’ più magri

Se dipendesse davvero da loro, i bambini mangerebbero meglio di quanto fanno. E, forse, sarebbero anche un po’ più magri e in forma. L’indicazione emerge da un’indagine che la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) ha condotto su 800 piccoli fra i 3 e i 9 anni, con un questionario che mirava a valutare la loro idea del cibo e del mangiare.

Lo studio è stato condotto in Puglia, «perché in questa regione la prevalenza dell’obesità e del sovrappeso in età infantile raggiunge il 40 %, contro una media italiana del 33 % circa» spiega Piercarlo Salari, pediatra milanese e responsabile scientifico del progetto. «L’obiettivo era capire come possiamo impostare una campagna per una corretta alimentazione, basata sulla percezione reale che i diretti interessati hanno dell’argomento, e non su sensazioni provenienti dal mondo degli adulti, che possono essere sbagliate».

L’analisi delle risposte mostra che gli adulti sbagliano abbastanza di frequente. «Abbiamo notato che, a differenza di quanto di solito riferiscono i genitori, i bambini non hanno una vera preferenza per dolci, ma considerano altrettanto buoni i cibi salati» dice Salari. «Inoltre, non è affatto vero che non amano la varietà». Già a 3-4 anni, il 62 per cento era disposto ad assaggiare pietanze nuove e mai viste, e questa attitudine si mantiene pressoché costante anche fra i più grandicelli. «Il problema, spesso, è che sono i genitori a proporre menù poco vari, magari per comodità o per seguire i propri gusti, e non quelli dei figli» dice l’esperto.

Ma l’indagine contiene anche qualche conferma, come la teoria secondo cui aumentando gli anni bambini elaborano un’idea sempre più complessa del cibo. «Fra i 3 e i 4 anni di solito associano il concetto del mangiare a un certo piatto; più tardi prevale l’idea dei sapori» prosegue il pediatra. Un’altra differenza sostanziale fra le età considerate è che i più piccoli associano la parola dieta all’idea della crescita, mentre a partire dall’età scolare lo stesso termine richiama alla mente un sacrificio. «Questo riflette senz’altro le preoccupazioni dei genitori, che nei primi anni di vita del figlio sono di solito troppo orientati a nutrirlo affinché aumenti di peso, poi invece sono preoccupati per l’eccesso di peso» dice l’esperto.

Lo studio ha preso in esame anche alcuni stili di vita che favoriscono l’obesità infantile. «L’abitudine a guardare la televisione a tavola è piuttosto comune (lo fa il 53-58 per cento dei bambini), tuttavia, anche in questo caso, spesso non sono i figli a volerla tenere accesa, ma gli adulti» prosegue il pediatra. Si riscontra infine la tendenza, rilevata anche da studi precedenti, della progressiva riduzione delle ore dedicate all’attività fisica con il progredire dell’età.
«Lo studio andrà approfondito con nuovi dati – conclude Salari – e solo in seguito potremo usare i risultati per predisporre iniziative indirizzate ad una corretta alimentazione nell’infanzia». Di certo, però, l’obiettivo di tali campagne non saranno solo i bambini, ma anche i genitori.

L’obiettivo della ricerca del SIPPS, che consiste nel promuovere una nuova educazione alimentare, è in linea con quelli di Tiziano Motti, il quale svolge da tempo un’intensa attività di informazione sui cibi che i cittadini acquistano e mangiano.
Tramite la Fondazione Tiziano Motti e la collaborazione con la Fondazione UmbertoVeronesi e Telefono Azzurro, l’eurodeputato è impegnato in numerose iniziative volte alla tutela dei minori, ai quali dovrebbe essere sempre garantito il diritto ad un’alimentazione corretta e ad una vita sana.

 Il Fatto Alimentare, 22 giugno 2013

 

Il diritto alla mobilità non è uguale per tutti

Estate, tempo di vacanze. Certo, non per tutti, vista la crisi, che ancora si fa sentire; ma, se chi vorrebbe partire non può farlo per la leggerezza con la quale vengono considerati i diritti dei cittadini, allora è il caso di fermarsi a riflettere.
Un disabile ha infatti raccontato via web, i disagi che ha subito durante l’imbarco aereo in un suo recente viaggio dalla Germania. Nonostante il regolamento UE inerente al trasporto dei disabili parli chiaro, molte compagnie aree europee –incluse quelle italiane- non si sono ancora adeguate alle normative, dando luogo a situazioni grottesche come quella vissuta dall’autore dell’articolo, o arrivando, addirittura, a lasciare a terra un viaggiatore perché disabile.

Il puzzle aereo e le partenze con l’handicap

«Quanto pesa?» mi chiede in tedesco l’assistente aeroportuale incaricato di farmi salire sul volo Monaco-Milano. Rispolvero un po’ di tedesco universitario e rispondo «peso tra gli 80 e 90 chili» (Non mi peso da mesi – avete mai riflettuto su quanto sia difficile trovare una bilancia a misura di sedia a rotelle?). Poi mi fermo e rifletto. Perché me lo chiede? L’ultima volta che mi era capitata una domanda del genere in aeroporto ero a Xi-an (Cina) e non disponevano del sollevatore per farmi salire in aereo. Allora mi presero in tre e mi caricarono a braccia. In Germania è accaduto qualcosa di simile: visto che l’aereo della Lufthansa regional era piccolo, i tedeschi non disponevano del mezzo adatto per portarmi a bordo. In pratica mi hanno sollevato i due assistenti e portato sull’aereo spingendomi su per la scaletta gradino dopo gradino.
Malignamente, durante il viaggio, ho pensato a cosa potesse accadere all’arrivo a Malpensa. E invece mi sono dovuto ricredere, il servizio è stato perfetto. Per una volta: Italia – Germania 1 a 0. Un episodio davvero banale che però mi fa riflettere sul meraviglioso mondo del trasporto aereo dove tutte le procedure dovrebbe essere standard e invece ogni compagnia fa – o almeno così sembra – di testa sua. Alle spalle credo di avere le mie circa 500 ore di volo e tante esperienza differenti. E non credo proprio di essere il solo anzi. Estate alle porte mi attendo da un giorno all’altro di leggere di una persona con disabilità lasciata a terra. Ed è successo (ricordo che persino il presidente della Fish,  Pietro Barbieri non fu imbarcato su un volo Roma-Milano nel 2011). E succederà. Non dovrebbe, ma vedrete che accadrà.
Ammetto di essere confuso. Certe volte accade che al momento della prenotazione la compagnia ti risponda «dobbiamo verificare che non ci siano più di due persone con disabilità sullo stesso aereo. Se ciò si verificasse non potremmo accettare la sua prenotazione». E poi ho visto a San Paolo la Lufthansa – onore al merito – caricare la squadra paralimpica brasiliana con più di 10 persone con disabilità.
Altra chicca la rigidità nell’assegnazione dei posti per persone con disabilità. La compagnia brasiliana Gol al check-in ti assegna dei posti – magari a metà aereo – e al gate, per evitare l’intervento dell’assistenza, te li cambia con le prime file. Così mi è capitato di entrare con la mia sedia a rotelle sull’aeromobile e di scivolare – si fa per dire – sul sedile senza bisogno di nessun aiuto. Tempo impiegato? Cinque minuti. Air France, assegna posti in coda all’aereo, Emirates e altre compagnie preferiscono dare le prime file. Stesso modello di aereo e posizioni differenti, dubito quindi che si tratti di una questione di sicurezza. Altrimenti i posti sarebbero sempre gli stessi. Una situazione similare quella capitata a Roberto Vitali, presidente del marchio di qualità per l’accessibilità V4A e portavoce della commissione ministeriale sul turismo accessibile, con la compagnia di bandiera.
«Ero all’aeroporto di San Paolo e mi reco al check-in Alitalia presentando la carta Freccia Alata e richiedendo di poter essere posizionato nella prima fila di economy», racconta Vitali. «Mi hanno risposto di no, dovevo stare in fila 20 perché ci sono i posti riservati in cui il bracciolo si alza per favorire lo spostamento (i paraplegici traslano dalla sedia alla poltrona, n.d.r). Ne è nata una discussione. Non è vero che i braccioli si alzano: nel viaggio di andata i braccioli erano bloccati e mi hanno messo nel posto centrale di una fila da tre».
«Dopo una trattativa di circa 20 minuti li ho convinti a spostarmi in prima fila, mentre mi rifanno il biglietto mi dicono che essendoci alcuni posti liberi in Optima, mi avrebbero fatto un upgrade gratuito. A me e a tutti gli altri possessori di carte Freccia». Ma Vitali non fa a tempo a festeggiare che dopo 15 minuti ecco il cambio di programma « mi dicono “siamo spiacenti ma il posto libero non può essere utilizzato da una persona in carrozzina”. Morale… sono ritornato in economy per fortuna in prima fila».
Dunque la prima fila dell’economy, quella con un po’ di spazio per le gambe, è adatta o no? Sono andato a controllare il regolamento Ue n117/2006  che regola ai diritti delle persone con disabilità e delle persone a mobilità ridotta nel trasporto aereo che dice: i vettori aerei devono fare «ogni sforzo ragionevole al fine di attribuire, su richiesta, i posti a sedere tenendo conto delle esigenze delle singole persone con disabilità o a mobilità ridotta, nel rispetto dei requisiti di sicurezza e limitatamente alla disponibilità».

La Fish, Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, sostiene che nel nostro paese il diritto alla mobilità dovrebbe essere garantito a tutti, sia per quanto concerne il trasporto aereo, che per quello ferroviario, navale, e, soprattutto, urbano.
Per chi è costretto in carrozzina o ha difficoltà motorie, gli spostamenti sono infatti un enorme problema. In molte città d’Italia gli autobus urbani non sono attrezzati per il trasporto disabili, e i mezzi a norma a disposizione dei Comuni o delle associazioni, scarseggiano.
Basti pensare che anche una città come Milano ha pensato di fare tagli al sociale quest’anno.
La maggior parte dei comuni del nostro paese si trovano in situazioni economiche ben più critiche: nel migliore dei casi, i tagli sono stati fatti già da molto tempo, oppure i servizi per disabili non sono mai esistiti.
A questo proposito, il progetto Mobilità Gratuita promosso da Tiziano Motti e la società Europa Servizi, si sta rivelando molto utile nel dare una boccata d’ossigeno a quei comuni che non hanno fondi per finanziare progetti di sostegno agli svantaggiati.

Tiziano Motti

positivo

 

“Cercate sempre i lati positivi delle situazioni.

Se noi pensiamo al 100% al problema, non ci rimane spazio

per trovare le soluzioni”

Tiziano Motti

Smart drugs: sballo a basso costo e ad alto rischio

smart-drugs-effetti

L’ultimo rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, inerente all’uso di sostanze stupefacenti da parte dei cittadini europei, riporta dati allarmanti. Il numero dei consumatori occasionali di droghe in Europa è altissimo: sono circa 70 milioni gli europei che dichiarano di averne fatto uso almeno una volta nella vita, e tra questi 20 milioni solo nell’ultimo anno; per quanto concerne invece, i consumatori abituali, sono circa 3 milioni, cifra che equivale all’1% dell’intera popolazione europea.
Pare dunque che la crisi economica, che ha messo in difficoltà moltissime persone, obbligandole a tagliare le spese superflue, non abbia influito sull’acquisto degli stupefacenti nel territorio dell’UE. Questo accade perché il mercato ha messo a disposizione dei consumatori numerose droghe “low cost”, ma efficaci come quelle tradizionali.
Secondo il report, infatti, a fronte di un diminuito uso di cocaina ed eroina, è aumentata in maniera esponenziale la diffusione di droghe sintetiche e delle cosiddette smart drugs, le “droghe furbe”.
La denominazione “smart” è relativa all’escamotage di drogarsi con sostanze o prodotti la cui vendita è legale, ma che garantiscono gli effetti allucinogeni e psicotropi delle droghe.

A tal proposito, durante un’interrogazione parlamentare avvenuta lo scorso anno, l’eurodeputato Tiziano Motti ha richiamato l’attenzione della Commissione di Bruxelles sull’utilizzo “alternativo” dei profumatori d’ambiente, venduti legalmente nei cosiddetti “smart-shops. Motti ha inoltre proposto allo stesso Parlamento europeo, nonché ai media, di chiamare le droghe alternative “trash drugs”- droghe spazzatura – in quanto il termine “smart” ha invece l’accezione positiva di “astuzia”. Questo, spiega l’europarlamentare, al fine di “evitare di promuovere positivamente il fenomeno e favorire indirettamente le aspettative dei giovani consumatori“.

Le droghe “furbe” comprendono sia gli utilizzi alternativi di liquidi o gas, che le sperimentazioni chimiche atte a produrre mix letali per l’essere umano; nel territorio dell’Unione Europea ne circolano circa 670.
Alla prima categoria appartengono le bombolette spray ad aria compressa, il cui uso alternativo è molto frequente. Risale a pochi mesi fa il caso del gestore di una ferramenta di Firenze, che ha deciso di interrompere la vendita del prodotto ai minori, dato che lo usavano per sballarsi in alternativa agli alcolici, che per legge non gli possono essere venduti.
Il propano contenuto nelle bombolette, infatti, garantisce effetti di alterazione dell’udito e della vista, apportando un’effimera sensazione di benessere, con conseguenze disastrose sulla salute dell’organismo: i danni provocati alla mielina del cervello, ai neuroni e ai polmoni sono infatti irreversibili.

Per quanto concerne i mix letali di sostanze chimiche, come spiega il professor Fabrizio Schifano, è preoccupante il duello tra gli operatori che stabiliscono la capacità drogante di una sostanza e la criminalità organizzata, la quale trova sempre un espediente per modificare una droga alternativa e renderla legale.
Anche la polizia si trova in grave difficoltà davanti a questo fenomeno: come spiega il responsabile dell’ufficio accertamenti tecnici di polizia giudiziaria Antonio di Tommaso, la vendita delle smart drugs costituisce la fetta più grossa del mercato degli stupefacenti: circa il 60% dei giovani italiani le hanno provate almeno una volta.
L’enorme diffusione delle “droghe furbe” va fermata prima che sia troppo tardi; ci si auspica, in questo senso, che i dati raccolti dal report dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze spingano la Commissione europea ad agire per arginare la gravità del fenomeno.