Occupazione femminile, le opportunità della maschiocessione e del telelavoro

mamma e lavoro

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In Italia, il tasso di occupazione femminile è pari al 50,2 %, ed è tra i più bassi d’Europa; la media europea è infatti del 62%, e raggiunge il 70% in paesi come la Svezia e la Germania. L’Italia è anche uno dei paesi meno prolifici, e questo è dovuto anche ad un insufficiente sostegno alla maternità e alla genitorialità, che costringe una madre su tre ad abbandonare il posto di lavoro dopo la nascita del primo figlio. È infatti comunemente la donna ad occuparsi della cura dei figli e della casa, mentre l’uomo è il “breadwinner”, ovvero “chi porta il pane a casa”, e quindi colui che mantiene la famiglia.

Questi stereotipi sono piuttosto limitanti per quelle donne che non si vedono esclusivamente come “madri e mogli” , e aspirano anche ad un altro tipo di realizzazione personale.
Secondo l’onorevole del PPE Tiziano Motti, l’arretratezza dell’Italia in tal senso è inaccettabile. L’eurodeputato reggiano è impegnato in attività di tutela dei diritti delle donne tramite la sua associazione Europa dei diritti, e ha messo più volte in evidenza i problemi della disparità salariale tra i due sessi, che raggiunge il 17,5 %, la difficoltà a rimanere nel mondo del lavoro dopo il primo figlio delle donne, e il loro più accentuato rischio di povertà.

La disuguaglianza di opportunità lavorative tra uomini e donne potrebbe però attenuarsi nei prossimi anni, come dimostra l’esperienza degli USA e di altri paesi del mondo, nei quali è in atto il fenomeno della “maschiocessione”. La maschiocessione è la “recessione” degli uomini nel mondo del lavoro a favore delle donne, ed è dovuta al fatto che la crisi ha colpito maggiormente i settori tradizionalmente “maschili”, con il risultato che in molti casi il capofamiglia è ora una donna. Il fenomeno sta lentamente prendendo piede anche nel nostro paese, e sta creando nuovi modelli familiari e sociali. Di fronte alla perdita del loro ruolo tradizionale, molti uomini entrano in crisi, mentre altri accettano la sfida e si rimboccano le maniche, inventandosi un nuovo lavoro o ritagliandosi un nuovo spazio nella gestione della casa e della famiglia. Le storie delle coraggiose e novelle breadwinner italiane, d’altra parte, dimostrano che si può vivere, e lavorare, anche durante la crisi.

Nel panorama lavorativo italiano la disuguaglianza tra i sessi non è l’unico sintomo di arretratezza; esso si accompagna alla predominanza di modelli di lavoro fortemente gerarchici, nei quali è importante la presenza fisica, e che escludono tutte le forme di digitalizzazione del lavoro. Lo smartworking o telelavoro è infatti una realtà assodata in Europa e nel resto del mondo, ma in Italia raggiunge solo un timido 6 % .
Questo modello potrebbe essere un’intelligente soluzione allo stress cui sono sottoposte molte mamme lavoratrici, che potrebbero finalmente avere più tempo per conciliare la famiglia con il lavoro, come avviene ad esempio, per alcune dipendenti pubbliche.

Ci sono dunque alcuni segnali che testimoniano un cambiamento in atto; in primis, c’è la volontà delle donne italiane di combattere per i propri diritti, e di dimostrare che possono farcela nonostante le inevitabili difficoltà della crisi, e una mentalità ancora troppo maschilista.

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